XXI V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (Mt 18, 21-35)

La parabola di questa domenica chiude il discorso ecclesiologico dell’evangelista Matteo, consegnandoci quella che deve essere la norma suprema delle nostre relazioni con gli altri e con Dio: quella che regola il perdono, ricevuto da Dio e donato al fratello. La domanda di Pietro a Gesù manifesta la difficoltà che spesso proviamo di fronte allo scarto di una incapacità di amore gratuito: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?” (Mt 18, 21). Chi di noi, nelle sue relazioni, non è tentato di misurare e di quantificare il dono? Non è forse vero che applichiamo il metro della giustizia perché la porta ad altre modalità a noi più confacenti resti aperta? Se si rimane ancorati alla giustizia, si resta come intrappolati da rancore, odio e vendetta, che covano nel cuore dell’uomo conservando il ricordo amaro di un’offesa o di un torto. Lo scrive anche lo scriba: “Rancore e collera sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro (Sir 27, 33).

Colui che perdona lo fa perché non dimentica mai una realtà profonda: quella di essere lui stesso un peccatore bisognoso di perdono. Solo il perdono e la misericordia di Dio sono la vera misura per l’uomo nelle relazioni con i suoi simili; perciò, solo la misura senza misura ci rende capaci di perdonare “di cuore, ciascuno al proprio fratello” (18, 35). E Dio, dal canto suo, al di là del tempo e del luogo, può fare in modo che non inciampiamo su queste due coordinate. Noi tendiamo a limitare i tempi del perdono e facciamo fatica a calarlo nello spazio più nascosto e profondo della nostra vita, ma se ci lasciamo raggiungere e trasformare dal perdono di Dio, possiamo ripartire dalla condivisione del perdono ricevuto. Non una semplice rimozione dell’offesa subita o il perdono a fior di labbra, ma la necessaria conseguenza che tocca coloro che custodiscono nel proprio cuore, giorno dopo giorno, il perdono ricevuto da Dio.

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