IL MISTERO DELLA SCOMPARSA SINAGOGA DI BARI

Questo articolo è una sorta di continuazione di alcuni miei precedenti, che citerò nel testo, legati ai misteri della città di Bari. La città è stata considerata da sempre un ponte verso Oriente, non è un caso che Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, abbiano cercato di dominare la città.  Questa volta volevo fare chiarezza su un mistero che da sempre interessa gli studiosi di storia locale, esisteva e dov’era la Sinagoga di Bari? La città di Bari ha sempre vantato una convivenza pacifica tra le diverse comunità che la popolavano, quella cristiana, l’ortodossa-bizantina, l’ebraica e l’araba. Ecco così che il Ribat berbero conviveva con la Sinagoga ebraica, le chiese cristiane e la Moschea fatta costruire da Sawdan e di cui si sono perse però le tracce. Le tortuose stradine del centro storico dovevano essere ricche di spezie, stoffe, cavalli, anche  schiavi, il cui commercio era molto fiorente a Bari. La convivenza pacifica delle varie comunità è conosciuta. Il quartiere ebraico era presente nell’area alle spalle dell’attuale Cattedrale. La via San Sabino, (già Sinagoga), doveva ospitare il luogo di culto ebraico. L’Antica giudecca si estendeva dall’attuale Largo San Sabino alla strada san Gaetano, Largo dei Lamberti e la strada dell’Incuria. Era in quest’area che muoveva i suoi passi Aaron ben Samuel ha-Nassi, nativo di Bagdad e proveniente da Oria, città pugliese dalla notevole comunità ebraica, e Shabbatai Donnolo,   medicofarmacologo, studioso di astrologia e  di interpretazione del Talmud.  Il suo lavoro Sefer HaMirkachot, ovvero “Il libro dei rimedi”, è un sommario dei suoi quaranta anni di esperienza medica dove sono trascritti più di 100 medicamenti con le specifiche ricette, tratte dalla tradizione medica greco-romana e araba. La sua fama “esoterica” è però legata al Sefer Hakhmoni, il primo e più importante degli scritti sulla Qabbalah e sulle sephirot. Oggi del Ghetto non rimane nulla, sarebbe stato demolito a metà Cinquecento, ma tracce le possiamo ancora reperire negli Archivi.

“…Ma tra i diversi luoghi né quali gl’Ebrei soggiornarono con famiglie e vi tennero Ghetto e Sinagoga più d’ogni altro si distinse la nostra Bari…”. Così scriveva Michele Garruba nel 1884 nel suo saggio Serie critica de sacri pastori Baresi.

Altre indicazioni specificano il rapporto di tale popolazione con la città. “…Ora su la tale Colonia che era stabilita in Bari, Ruggiero concesse la giurisdizione civile…”, riscuotendo però da tale popolazione un tributo annuo. In realtà fino al 1465 si crede che gli Ebrei vivessero dispersi nella città, sarà infatti con Ferdinando I di Aragona, noto come Ferrante, che venne creato un vero Ghetto, ovvero “…che tutti abitassero insieme, ed in un sol luogo, e che portassero su loro abiti un segno per distinguersi dai cristiani…”.

Che lavoro facessero gli ebrei lo scopriamo dai documenti riferiti a Casa Sforza. Si impone infatti gli ebrei di non “…imprestare a Baresi più di tarì sette e mezzo…”.

Usura insomma, come ancora testimoniato nel 1509 in documenti riferiti  Ferdinando III.

Insomma gli ebrei erano presenti e economicamente importanti nella città. Dove poteva trovarsi il loro luogo di culto? Colafemmina nel testo “La comunità ebraica di Bari fra tarda antichità e Rinascimento” sostiene che fosse sita nei pressi della Cattedrale, tra via San Gaetano, via San Sabino e via Carducci (Fig.1).

L’ubicazione precisa però non è nota. Può venire incontro una epigrafe ritrovata in abitazione privata incisa su una pietra che fungeva da architrave per un finestra realizzata appositamente per la Sinagoga e dunque non di reimpiego.

La finestra oggi è stata murata, probabilmente già in epoca tarda. Epigrafe riporta testo e data (1312 d.C.)

“Questa finestra fu fatta l’anno Hadasah, dono della Comunità, per mano di Mosè da Trywys”.

Curioso è il riferimento a Hadasah, da Ester, nome di una eroina dell’omonimo libro che liberò degli ebrei dal progettato sterminio del principe Haman di Persia. E’ un monito di speranza nella successione di Roberto il Saggio a Carlo II sul trono di Napoli. Quest’ultimo infatti aveva fortemente perseguitato la comunità ebraica, anche barese, che aveva perso ben 72 membri convertiti al Cristianesimo. Ricordo di questo periodo di conversioni forzate potrebbe essere un rilievo in pietra presente sempre nell’isolato, che raffigura la Madonna tra due santi di cui uno è San Giovanni Battista, rappresentato con un agnellino a suoi piedi (Fig.3).

Secondo Francesco Quarto, quest’opera sarebbe la prova dell’esistenza in passato di un ghetto ebraico a Bari Vecchia. Infatti l’iconografia del Battista è sempre stata applicata a luoghi e siti frequentati o abitati da ebrei, rappresentando una sorta di monito o esortazione a convertirsi mediante l’atto del battesimo. Altrettanto interessante è la dedica a Mosè di Trywys, sicuramente il Capo comunità, la cui provenienza sarebbe Troyes, capoluogo della contea di Champagne, e del resto con il dominio degli Angioini molti gruppi di ebrei giunsero dal Delfinato.

Grazie a sopralluoghi sul posto abbiamo potuto non solo delimitare l’area del ghetto, ma indicare precisamente il luogo in cui sorgeva la Sinagoga, infatti il vicoletto in cui sorgeva la finestra coincide oggi con un cortile interno occupato da una scala in pietra (Fig.4-5).

 

 

 

 

Purtroppo Carlo V espulse dalla città gli ebrei non convertiti, la sinagoga andò così al Capitolo della vicina Cattedrale e successivamente affittata al nobile Donato de Pascalino. Nel 1749, a causa dello stato di semi-abbandono, l’edificio fu demolito-ristrutturato facendo così perdere la memoria del luogo preciso dove essa sorgesse.  Anche il palmeto da cui i giudei tagliavano i rami per la festa del Sukkot fu eliminata e coinciderebbe oggi con l’attuale Largo San Gaetano.

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