III DOMENICA DI QUARESIMA (Gv 2, 13-25)

Storia di un luogo sacro diventato il più grande centro di contraffazione: gli affittavoli dei banchetti lucravano sulla pietà dei fedeli, questi ultimi tentavano di accaparrarsi Dio come fossero all’asta della divinità. “Contraffazione” è termine bugiardo: dice imitazione fraudolenta, falsificazione. È materia di reato quando oggetto sono le monete, le carte di credito, le grandi firme. È provocazione che imbufalisce Dio quando l’oggetto è Lui stesso: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!» (2,13-25) Detto così, a voce-alta, con una frusta di cordicelle, in modo da lasciare il segno. L’inedito di quella fiumana di passione valeva come appendere un cartello: “In questo luogo è fatto divieto di contraffazione”. Che nessuno, tra i folli che tentavano l’impresa, s’azzardasse di mettere un prezzo anche a Dio. Al tempio Cristo spergiurò che aveva i giorni contati, la sua fine era vicina: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ciò che capirono, fu che non capirono affatto: ancora una volta scambiarono le pietre, che sono solo oggetti, con il destino ultimo di Dio, che è pietra-viva.

Le pietre rendono affascinante una chiesa.  Arrestarsi alla loro nuda bellezza, però, è fare di una pietra uno di quei sassi sott’acqua: sassi pericolosi perché non li vedi. Cristo s’azzarda a fare una sostituzione: alla fugacità della pietra, Lui propone la fascinazione di uno sguardo. La pietra è sicurezza, lo sguardo è un rischio: ancora una volta, come fu per gli inizi di Israele, Cristo sponsorizza il rischio della libertà alla sicurezza della schiavitù. Schiavi degli Egiziani, schiavi delle pietre, schiavi di immagini tarocche di Dio: “Se non preghi, Dio non ti aiuta. Non vorrai mica fare un dispiacere a Dio. Chiedigli subito scusa!” Duemila anni dopo quella sfuriata sulla spianata del Tempio, nulla pare cambiato: le colombe continuano a tubare, le monete a tintinnare, la contraffazione ad ingrassarsi. La macchina del tempio è stata riverniciata ma sotto c’è sempre la stessa ruggine d’allora: «Siamo stati obliterati, annullati, intontiti, abituati, smussati da anni e secoli, da generazioni di catechismo, d’insegnamento catechistico, più o meno ecclesiastico, generalmente universitario, generalmente scolastico» (C. Peguy, Getsemani). Cristo, a diventare merce di scambio, non ci starà mai: rifugge quel losco pretendere di tenere Dio per sé, d’ingabbiarlo dentro i capitelli, di gettargli addosso petali di rosa nelle processioni paesane, di mettergli sull’altare mazzi di rose e di viole. Gli basterebbe un anticipo di simpatia da parte dell’uomo, che è rimasto il suo unico investimento senza-prezzo: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Capirono fischi per fiaschi, non erano geni: «È stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere». Cristo, da parte sua, non è tenuto alla giustificazione. Capiranno, quanti vorranno: «Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo».

Un Dio prigioniero delle pietre è troppo facile da pregare. Una Chiesa che resta nelle sacristie è una Chiesa che non infastidisce, manco disturba. Non ha nulla da temere, dunque. Non è, però, la Chiesa di Cristo. È un’immagine contraffatta del Cristo stesso: il vero problema è sapersi invitati alla frequentazione con un Dio il cui vero tempio è la carne-sofferente, l’uomo sfilacciato, la donna deragliata. La storia senza-prezzo di chi porta cucite addosso vite che, a guardarle negli occhi, hanno stampato in fronte il sorriso di Dio.

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