IV DOMENICA DI QUARESIMA Gv 4, 43-54

Fino a qualche anno fa, quando da adolescenti si usciva il sabato sera tra amici, si rientrava per la mezzanotte, massimo l’una di notte, anche perché poi si rischiava di trovare la mamma seduta in attesa sul divano con attitudini poco propense al dialogo; oggi l’orario stabilito è ancora quello della mezzanotte, non più però per rientrare, bensì per ritrovarsi e uscire. Forse però Qualcuno in attesa di noi c’è anche a quell’ora, anche su quelle panchine, lungo la strada. L’ha incontrato anche Nicodemo, in quel tempo, ma perché si era messo in cerca di lui, nel cuore della notte, per trovare, in quel buio, una luce. Oggi invece, nel cuore della notte, non si va in cerca della luce, perché di fronte alla luce non ci si può nascondere, e molte cose fatte di notte è meglio nasconderle: anzi, si fanno di notte proprio per nasconderle.

Altri cambiamenti hanno ribaltato, in questi anni, la nostra esistenza. Oggi “tutti devono sapere tutto”, “la gente dev’essere informata”, “tutto va messo in evidenza, l’informazione deve essere trasparente”. Contro ogni logica del diritto e della legalità, oggi la pubblica informazione e il frenetico e indiscriminato utilizzo dei social media hanno la possibilità di giudicare e condannare pubblicamente una persona prima ancora che questa abbia avuto la possibilità, anzi il diritto sancito per legge, di essere informata su ciò di cui viene accusata e di conseguenza di potersi difendere di fronte a un giudice nelle aule di un tribunale. È inutile dare la colpa alla burocratica lentezza della giustizia: si tratta di un radicale cambio di mentalità, secondo il quale è molto più comodo risolvere le questioni cercando qualcuno da condannare, per sentirci a nostra volta assolti da ogni tipo di colpa e di responsabilità.

Per fortuna, c’è Qualcuno che siede ancora in attesa non di giudicarci o di condannarci, ma di ascoltarci e di fare tutto il possibile per salvarci: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. È sufficiente avere fiducia in lui, ovvero credere che lui, invece di condannarci, ci dà una mano a uscire dalle tenebre nelle quali siamo immersi. Anche perché non c’è proprio bisogno di condannare nessuno, stando alle parole del Vangelo di oggi: sono, infatti, le nostre opere, i nostri pensieri, la nostra mentalità, e soprattutto la nostra mancanza di fiducia nella misericordia di Dio, a condannarci. “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”.

Se non credi che Dio è misericordia, attesa paziente, desiderio di salvezza per tutti, perdono e amore per ogni uomo, ti condanni da solo a una vita di angoscia, di buio, di notte continua, senza alcuna possibilità di vedere mai la luce in fondo al tunnel. Una luce sempre accesa, invece, c’è, eccome: e ci attira a sé, come falene fatalmente attratte dalla luce dei lampioni, nella misura in cui siamo disposti a “fare la verità”. “Chi fa la verità viene verso la luce”: “fare” la verità è qualcosa di molto più complesso e di molto più profondo che “dire” la verità o “avere” la verità.

Per il nostro sentire comune, la verità è una cosa da dire e da possedere: siamo tutti convinti che la verità vada detta, sempre, soprattutto a partire dal fatto che la si possiede, o quantomeno si presume di possederla. “Io so come stanno le cose, e non ho nessun problema a dirle apertamente, anzi, prima o poi lo farò, pubblicamente”: frasi come questa campeggiano molto spesso sulle nostre labbra, e le diciamo con una forza talmente assertiva che spesso suonano come minacce, per chi le ascolta. Sono anche frasi tutto sommato facili da pronunciare, e spesso anche comode: una volta “detta” la verità che si presume di possedere, si preclude ogni forma di dialogo, ogni tentativo di riconciliazione, ogni possibilità di rimettere insieme i cocci di una o più vite infrante dalle nostre meschinità, dai nostri egoismi, dai nostri individualismi, e soprattutto dalla convinzione di avere sempre ragione.

Quando facciamo coincidere le nostre ragioni con la verità, stiamo facendo tutto, tranne che metterci al servizio della verità. Perché la verità non si possiede, si cerca; la verità non si ha in pugno una volta per tutte, si deve conquistare a fatica giorno per giorno; la verità non è mai appannaggio di una sola persona, o di un solo gruppo di persone, o di una sola linea di pensiero, perché la verità non è una cosa statica, eterna, immortale e unica. La verità è viva, e come tutte le cose vive, ai nostri occhi è sempre mutevole, non si stancherà mai di lasciarsi cercare. Non che la verità non esista, tutt’altro: ma noi non troveremo mai se non la possibilità di continuare a cercarla, all’infinito. E il modo migliore per cercarla non è quello di dirla, magari affermando pure che la si possiede: il modo migliore è quello di “fare la verità”, di costruirla, di crearla giorno dopo giorno con opere di amore e di bene verso gli altri.

“Chiunque fa il male, odia la luce”, ci dice oggi il Vangelo: fare il bene, invece, ci guida verso la luce. E dove c’è luce, è più facile che incontriamo la verità: forse sarà anch’essa lì seduta, ad attenderci, come un amico che ci attende seduto, a qualsiasi ora della notte, per dirci che il mondo in cui viviamo non è da buttare né da condannare, ma da amare e salvare.
Come disse Gesù, quella notte, all’amico Nicodemo.

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