UNA DEVIAZIONE NELLA MEMORIA

Devìo per Dachau in una meravigliosa giornata primaverile, di quelle che aspetti tutto l’inverno. Varcando il cancello sono quasi a disagio per quanto si stia bene.


C’è silenzio tutto intorno. Sarà che non ci sono bambini. Il loro ingresso è sconsigliato sino ai dodici anni. È un’indicazione che condivido. C’è sempre tempo per iniziare i ragazzini all’orrore. Il campo è aperto tutto l’anno, tutti i giorni. L’accesso gratuito. Quasi a non concedere alibi all’indeciso o al pigro.


Il memoriale di Dachau è un luogo nonluogo che ti fa guardare alla vita con occhi diversi. Che ti fa pensare a ciò che hai con nuova consapevolezza. Che ridimensiona quelli che ti sembrano problemi, riconducendoli a rango di inezie. Che ti fa capire quanto sia importante fare i conti col proprio proprio passato. Ecco, ho la chiara sensazione che i tedeschi si siano impegnati parecchio per fare i conti con il loro passato. O, almeno, ci abbiamo provato seriamente.


Sono tantissime le scolaresche attorno. Molte quelle italiane. Stranamente composte e ordinate. Stasera faranno bagordi all’Hofbräuhaus, ma ora ascoltano in silenzio, senza auricolari, senza smartphone. Mi accodo anch’io, per seguire la narrazione della professoressa che fa da guida. Si impegna anche lei ed è emozionata. In cuor suo sa che questa visita sarà uno dei suoi lasciti più importanti alla classe. Il lavoro, quello della professoressa che fa da guida, rende veramente quei ragazzi un po’ più liberi.


Nonostante tutto, di passi avanti quest’Europa ne ha fatti tanti negli ultimi settant’anni. Rientro a Milano, Mailand, Italien. Con un check-in online ed una carta d’identità in tasca. Passo il gate e nessuno me la chiede. Sono libero.

di: Matteo Marti

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