KIM: DA DISCOLO PASTICCIONE A PACIFICATORE IL “PASSO” E’ BERVE

Per mesi il dittatore nord coreano Kim Jong-un è stato dipinto come un paffutello, pasticcione, discolo dittatore di provincia con vezzi e mal vezzi propri dello psicopatico. In realtà una lettura più attenta avrebbe dovuto indurre non solo la stampa specializzata ma anche i media tradizionali e le cancellerie a rivedere i propri giudizi.

Non si tratta di derubricare la dittatura feroce, funzionale a garantire la sopravvivenza del regime, a semplice fenomeno di costume ma, invece, di leggere i comportamenti del figlio del  “caro leader” e valutarli con la giusta attenzione.

 

La politica di nuclearizzazione

Aver puntato in maniera chiara ed inequivocabile tutto sul programma di acquisizione di un arsenale nucleare credibile è stata la mossa strategica del leader coreano. Kim, consapevole che altri leader prima di lui, inseriti nella lista nera di Washington, erano stati eliminati ha ritenuto necessario dotarsi di una polizza salva vita: il nucleare.

Più Washington tentennava più la sua strategia si rafforzava e diventava garanzia di sopravvivenza.

Ma da solo l’arsenale nucleare non poteva garantire la sua sopravvivenza, Kim, infatti, aveva anche un altro asso nella manica: il rapporto con la Cina.

 

Il rapporto con le super potenze

Puparo dell’operazione è stato il “principe rosso” Xi Jinping. Vero protettore della dittatura è tutt’ora il potentissimo Presidente cinese da poco divenuto monarca assoluto della seconda economia planetaria e del secondo esercito del mondo.

La Cina, in questo risiko, non poteva permettere il collasso del regime nord coreano perché ciò avrebbe comportato il rischio di vedersi aprire basi USA direttamente al confine. E anche questo Kim lo ha saputo sfruttare fino in fondo.

Unico argine alla sua ascesa l’ha posto un altro leader che nei mesi scorsi ha goduto di un trattamento mediatico non di molto migliore: Trump. Il presidente USA è, infatti, stato accomunato spesso a Kim per impulsività, boria e spocchia. In realtà la linea dura imposta dall’amministrazione americana ha segnato il limite, il punto di non ritorno. E anche questo i coreani e il loro potente alleato l’hanno capito subito.

Da qui il cambio di rotta, la corsa in treno nella città proibita è stata l’occasione per fermare i motori dei missili e delle portaerei: da quel momento i contatti della diplomazia sotterranea sono emersi.

E la marcia di avvicinamento è diventata una corsa.

 

I Media e la Diplomazia

I media sono stati lo strumento di softpower abilmente manovrato da Kim. I coreani consapevoli che il presidente Trump non godesse di buona stampa hanno soffiato sul fuoco e hanno potuto così giovarsi di un trattamento privilegiato: accomunare il dittatore e il presidente dipingendoli entrambi come due bulli non ha fatto altro che rafforzare il primo e indebolire il secondo.

La diplomazia, i Coreani hanno anche dimostrato di essere abili tessitori di relazioni operando sotto lo sguardo vigile del dragone cinese hanno eroso spazi di manovra: prima le olimpiadi, poi gli incontri segreti con Pompeo e la visita in treno.

Tutto ciò ha permesso di creare le basi per lo storico incontro che pone fine, almeno formalmente, alla guerra di Corea iniziata nel lontano 1950.

Il cammino è ancora lungo e le insidie numerose ma forse, guardando ai fatti con maggiore attenzione, si potrebbe essere rassicurati dalla consapevolezza che chi sta giocando, con armi di distruzione di massa, non è uno sprovveduto.

I protagonisti sono tutti abili giocatori di poker seduti allo stesso tavolo dove la posta è il controllo del Pacifico e la leadership mondiale.

 

 

 

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