Tesi, Antitesi. Sintesi?

Riflessioni sociopolitiche notturne

La centoventottesima Festa del Lavoro (dal 1890, anno di istituzione della festività in Italia) arriva in sordina. Tra incertezze politiche, economiche, sociali, sembra quasi cadere in uno stato comatoso di celebrazione ‘ dovuta per amore ‘, per citare lo Sparring Partner di Paolo Conte.

E’ una festa (storicamente) di sinistra, la festa dei Lavoratori. Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo è l’immagine che per prima sovviene in mente se il pensiero corre al concetto di Primo Maggio.

Il punto è che nell’era della liquefazione ideologica, lo stato comatoso di una ricorrenza sociale è indotto precisamente dalla categorizzazione politica di qualcosa oramai estratto dalla dialettica tra destre e sinistre. E’ triste ammetterlo, ma la destra e la sinistra sono un vago ricordo per nostalgici. Tesserati CGIL in esodo elettorale verso la Destra più radicale, scandali bancari che travolgono il principale partito della Sinistra in Italia, partiti pigliatutto che fanno del superamento della dicotomia politica una bandiera che si attestano oltre il 30% dei consensi nazionali.

Cosa è successo?

Le risposte e gli spunti di riflessione sarebbero così numerosi da non poter essere racchiusi in 50 anni di studi sociologici (o magari sì, resta che certamente la dissoluzione sociale intervenuta nell’Occidente del capitalismo maturo sarà realmente oggetto di studi per i decenni a venire). Per sintesi è bene limitarsi a due osservazioni di base.

La prima è che con il crollo del Muro di Berlino è crollata in concomitanza l’Antitesi. Il sogno (?) sovietico si è sciolto come neve al solo, lasciando milioni di simpatizzanti sul continente in balia della dispersione ideologica. In Italia, capofila indiscussa della degenerazione  politica tra i Paesi più sviluppati del globo, le Sinistre hanno impiegato i primi anni successivi alla caduta dell’URSS  a proseguire nell’antistorico braccio di ferro tra massimalisti e riformisti, salvo finire entrambi travolti dalla bufera Dipietrista e dalle sue molteplici, enormi, contraddizioni. Lo sdoganamento dell’odio verso la classe dirigente in senso non politicamente orientato, ma in nome della mera appartenenza all’indefinito concetto di “popolo”, inteso probabilmente come insieme di “amministrati” più che amministratori, ha permesso alle emergenti forze “innovative” il drenaggio di masse elettorali che, nel lungo corso della 2 Repubblica (dove la Sinistra ha sempre meno dedicato energie al Primo Maggio e sempre più alla costruzione di una nuova, effimera antitesi, ma ci arriviamo in poche battute) hanno maturato un tale rifiuto delle tradizionali modalità di gestione del potere politico da naufragare completamente nel mare della liquidità ideologica moderna.

D’altro canto, senza yin non c’è yang e viceversa. Senza un’Antitesi comunista, le forze della Tesi, quelle moderate, quelle atlantiste, laiche o confessionali che fossero, si sono trovate subito prive di una ragion d’essere. Sempre in quegli anni, spartiacque tra la contemporaneità e la postmodernità attuale, è sembrato a primo acchito semplice ricompattare attorno al “centrodestra” del Cavaliere quelle ali moderate che parvero a tutti orfane di una guida politica dopo lo scioglimento della DC. Questa nuova Tesi, personalistica e non globalmente orientata, è stata costruita su delle fondamenta effimere: quelle della vita umana, di un singolo Uomo. Tesi effimera, Antitesi effimera.

La politica ha così lasciato le redini della direzione dello Spirito dei Ζώα Πολιτικά, dei cittadini, che in un clima – per l’ennesima volta – di ideologismi (non ideologie, NdA) effimeri, ha prodotto una sintesi collettivistica posticcia. Quella dei calderoni pigliatutto dove è facile che si riconoscano assieme servo e padrone, in perfetta linea con il già sottolineato crollo delle strutture sociali del Novecento.  Così, su quei volgari fori che amiamo definire social media, ne leggiamo di tutti i tipi.

E se s’invertisse la tendenza? Basterebbe davvero poco a ridisegnare un Primo Maggio (a questo punto evidentemente utilizzato come espediente simbolico per intendere qualsiasi istituzione sociale, mai quanto oggi necessarie per ricostruire un’unità sociale irrinunciabile per far fronte agli anni successivi alla Crisi dell’08) postideologico ma non volgare.

 

Ma la Verità (e la Giustizia, sua manifestazione fenomenica), si sa, all’industria delle poltrone, non han mai giovato.

 

Ipazio Cacciaconti

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