Leggende di Bari: San Francesco e la via delle Crociate

7 Luglio 2018: il Papa chiamato Francesco fa visita a Bari per discutere dell’annosa questione delle divisioni nella Chiesa Cristiana. Questo breve studio, in un momento in cui la questione mediorientale si ripropone con forza all’attenzione del mondo occidentale, ha come scopo quello di mostrare come Bari sia sempre stata crocevia di “pace” mediorientale e di come, a quasi mille anni di distanza, un altro “Francesco” visitò la città.

24 Giugno 1219: Frate Francesco, poi noto come Santo, partiva da Ancona con la flotta crociata  alla volta della Terra Santa, per giungere al porto di San Giovanni d’Acri ed in particolare al campo dei crociati, con lo scopo di occuparsi delle anime dei combattenti dei due schieramenti.  E’ certo che nella sua visita oltremare il Santo sia entrato in contatto con il Sultano Malik al-Kamil, nipote di Saladino. Varie sono le storie e le leggende che raccontano del loro incontro. Ne “I Fioretti” il frate, “…giungendo in alcuna contrada de Saracini, ove si guardavano i passi de sì crudeli uomini, che nessuno de’ cristiani, che vi passasse, potea iscampare che non fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono e menati dinanzi al Soldano…”  e il testo continua dicendo “…Ed essendo dinanzi a lui santo Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sí divinamente della fede di Cristo, che […] il Soldano cominciò avere grandissima divozione in lui, sí per la costanza della fede sua, sí per lo dispregio del mondo che vedea in lui, […] il Soldano l’udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’eglino potessono predicare dovunque e’ piacesse a loro. E diede loro un segnale, per lo quale ei non potessono essere offesi da persona…” . L’aura di santità che circondava il frate colpì certamente il Sultano d’Egitto.  Egli doveva vedere Francesco proprio come un sufi, mistici ed asceti musulmani i cui abiti, in lana grezza, tanto ricordavano il saio Francescano. Forse sarà proprio questa loro veste povera a far apparire al Sultano l’estrema similitudine tra i Poverelli di Cristo e i Dervisci, i Poverelli di Allah. Approfondiamo. Chi sono i Sufi?

I Poverelli di Allah

Il sufismo  è la corrente più mistica della religione islamica, un movimento religioso di carattere ascetico che nasce attorno all’anno 1000 e si diffonde nel mondo islamico. Perno del sufismo è la particolarità del contatto con il Dio che può avvenire soltanto attraverso una lunga pratica di  spirituale, chiamata maqamat,  sotto la guida di un maestro spirituale. Punto fermo di questa corrente islamica è la deplorazione dell’esteriorità del formalismo dei dogmi religiosi, una visione che li avvicina molto proprio al pensiero francescano che, quasi contemporaneamente allo sviluppo del pensiero sufi in oriente, sta lottando, osteggiato dalla ricca Curia romana timorosa di perdere il loro potere “temporale”,  per affermare le proprie idee di povertà e amore. Tra Santità ed odore di eresia Francesco combatte per sostenere i suoi principi universali di amore e fratellanza e, anche se leggermente modificata, la Regola rimarrà sostanzialmente la stessa ”…E tutti i frati si vestano di abiti vili che possono rattoppare con sacco e altre pezze con la benedizione di Dio…”.

Tra poveri, “di Cristo” o “di Allah” ci si intende.  Se i primi erano noti come “Frati”, i secondi prendevano il nome di “Dervisci” dal persiano darwish, cioè “mendicante”. Proprio come i Frati,  vivevano dell’elemosina della gente che raccoglievano in una ciotola chiamata  kashkul. Le forti assonanze tra i due movimenti per alcuni studiosi sono legate proprio ad una prima acquisizione, prima ancora del voto, da parte di Francesco di alcuni concetti orientali presenti nella poesia provenzale del sud della Francia con la quale venne in contatto da giovane e nella quale era presente quell’espressione universale di amore e gioia che caratterizzerà successivamente la Regola. E’ infatti nella “gaiezza” l’ulteriore vicinanza dei due pensieri che, tagliando trasversalmente le differenze di religione, parlano d’amore. Spesso Francesco chiamava i suoi compagni i “giullari di Cristo”; il riso e la musica erano importanti per il Santo quanto per i Dervisci che, rapiti dal suono del flauto e del tamburo, gettata via la veste nera simbolo della materialità, con la mano destra aperta verso il cielo e la sinistra verso la terra,  cominciavano a danzare roteando su di un piede, rapiti da dall’estasi per loro Beneamato. Questo moto vorticoso lo troviamo anche in  alcune storielle che legano questo strano roteare anche a Francesco che, indeciso sul percorso da intraprendere, faceva roteare il compagno di viaggio affinché fosse Dio a guidarli nel cammino. Casualità?

Francesco viene dunque accolto dal Sultano come un messaggero di pace per la liberazione dei luoghi santi, e infatti riesce ad ottenere notevoli agevolazioni, i Frati Minori furono autorizzati a restare a Gerusalemme al servizio dei pellegrini occidentali, “conquista” che, fino alla metà del secolo XIX, permetterà ai “Poverelli di Cristo” di essere gli unici religiosi cattolici occidentali presenti in Palestina. Per alcuni storici come Julien Green sarebbe stata proprio la predicazione di Francesco, poi ritornato in Italia nel 1220, a favorire la concessione a Federico II da parte di Malik Al-Kamil della Città Santa, in quella che passerà alla storia come la Crociata degli Scomunicati, conclusasi per la prima volta senza spargimento di sangue in entrambi gli schieramenti. Compare così un altro personaggio importante nel puzzle della questione mediorientale, Federico II, il Sovrano illuminato. Ed ecco qui che riappare nel nostro racconto la città di Bari.

 

La tentazione del Sultano

 C’è un altro interessante episodio che viene narrato ne “I Fioretti” a proposito della visita del Santo al Sultano. Per vedere veramente se Francesco era così puro come si raccontava Malik al-Kamil volle indurlo in tentazione facendo introdurre nella stanza ove il frate riposava una prostituta. A Bari, però, la leggenda è associata, però, alla figura di Federico II. Si narra che nel 1220, proprio di ritorno dalla Terrasanta, Francesco si sarebbe incontrato a Bari con il Sovrano Illuminato come ricorderebbe proprio una iscrizione del 1635 presente sull’architrave del portone di ingresso al primo piano del Castello Svevo della città.

Hic lascivitem puellam, vel savientem hydram igne domuit franciscus cinerea exutus veste prudens qui ex aquis oram venerem et iuxta aquas adortam flemmis extinxit fortis qui inespugnabile redditin in hoc castro pudicitiae claustrum.

Si narra che l’Imperatore volle mettere alla prova il frate. Così dopo aver cenato, Francesco si recò nella sua stanza

“…Ed ivi si era una femmina bellissima del corpo ma sozza dell’anima, la quale femmina maldetta richiese santo Francesco di peccato. E dicendole santo Francesco: ”Io accetto, andiamo a letto”; ed ella lo menava in camera. E disse santo Francesco: ”Vieni con meco, io ti menerò a uno letto bellissimo”. E menolla a uno grandissimo fuoco che si facea in quella casa; e in fervore di spirito si spoglia ignudo, e gittasi allato a questo fuoco in su lo spazzo affocato, e invita costei che ella si spogli e vada a giacersi con lui in quello letto ispiumacciato e bello. E istandosi così santo Francesco per grande ispazio con allegro viso, e non ardendo né punto abbronzando, quella femmina per tale miracolo ispaventata e compunta nel cuor suo, non solamente sì si penté del peccato e della mala intenzione, ma eziandio si convertì perfettamente alla fede di Cristo, e diventò di tanta santità, che per lei molte anime si salvarono in quelle contrade…”.

 Questa storia è diventata una classica leggenda barese tanto che la torre a nord-ovest del castello è chiamata la “Torre del Monaco” o “Torre di S. Francesco” (Fig.1-2)

 

 

 

Se di leggenda si tratta, la presenza di Francesco a Bari non è da escludere. La città è da sempre nodo cruciale per i collegamenti tra Oriente ed Occidente, tra la chiesa ortodossa e quella cristiana, ma anche “trait d’ union” tra il mondo arabo e quello occidentale. Già nella prima metà del IX sec. si iniziano ad avere notizie di insediamenti mussulmani e nel 853 la città era già governata dal mussulmano Mufarrag ibn Sallam che realizza una moschea, la cui posizione ancora oggi è un mistero ma i cui segni, bassorilievi e pietre di riporto, si trovano diffuse in tutto il borgo antico della città  (Approfondiremo con un articolo dedicato). Tracce del mondo arabo  le troviamo nella stessa  Basilica di San Nicola, ove si possono notare lastre di re-impiego di classica fattura araba o ancora il più eclatante intreccio a caratteri cufici  rappresentante il Monogramma di Allah all’interno del mosaico del presbiterio (Fig.3).

 

 

La presenza araba dura in realtà solo pochi anni, ma lascia nel tessuto della città forti influenze non solo a livello architettonico, ma anche politico e culturale. Inoltre nella città era presente una nutrita comunità ebraica e si parla anche di una imponente Sinagoga (Vedi http://www.apulianews.it/2018/06/23/gli-ebrei-in-puglia-il-mistero-della-scomparsa-sinagoga-di-bari/). Quale migliore scenario per un incontro volto a rendere meno sanguinoso possibile il futuro scontro tra i due schieramenti accomunati entrambi da un universale messaggio di pace che stava nascendo nel seno di entrambe le due religioni, il movimento francescano da una parte e quello sufi dall’altra. Chi se non San Francesco, il Dervisci cristiano che tanto aveva colpito il Sultano, avrebbe potuto aiutare Federico II nella suo tentativo di “crociata” della pace, preludio, forse, ad un progetto ancora più grande, quello della ricerca, nella povertà delle istituzioni religiose e nell’amore di una soluzione che ha insanguinato le spade dei figli dello stesso  Dio. Laudate mi’ Signore et rengratiate et serviateli cum grande humilitate.

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