ILVA: UNA STORIA ITALIANA

1905, un giovane Vittorio Emanuele III è il Re d’Italia da appena 5 anni, Giovanni Giolitti è il suo Presidente del Consiglio, è la seconda delle sue cinque esperienze alla guida del Paese per il leader della sinistra storica. L’Italia è un paese diverso, il Mondo è diverso, di Guerra Mondiale non si parla ancora al massimo di – risolvibili – tensioni tra le grandi potenze.

L’economia sta crescendo a vista d’occhio, a partire dal 1900, l’Italia prova, e in un certo senso riesce, a mettersi al passo con le grandi economie, puntando molto sull’aspetto che rendeva un paese economicamente forte all’epoca, l’industria.

La ricetta dello Stato è abbastanza semplice, basata su poche misure, che oggi si limiterebbero a definire la nostra struttura di “economia mista”. Accanto ad un potenziamento doganale, le industrie private hanno nello Stato il loro maggior cliente, vengono finanziate una serie di opere fondamentali per costruire – letteralmente – l’Italia. La riorganizzazione del lavoro tramite i sistemi tayloristici e le banche (che costarono il primo Governo a Giolitti, eterno ritorno) tramite un significativo allargamento del proprio giro d’affari, fanno il resto. Ora anche l’Italia ha un suo capitalismo industriale. Parte il c.d. “decennio felice”.

Una zona rossa, nella verde cartina della crescita, era il Sud. Approfittando del piano di incentivi economici per la ripresa di Napoli, alcuni finanzieri genovesi fiutano l’affare, viene fondata la Società Anonima ILVA, nome proveniente da quello latino dell’isola d’Elba da dove si estraeva il ferro che riforniva gli altiforni dell’800.

Il 01/02/1905 i gruppi siderurgici di Elba e Terni si fondono, qualche giorno dopo entra in società la famiglia romana Bondi, il capitale sociale è di 12 milioni di lire, ma grazie alle agevolazioni statali che forniscono l’acciaio a metà prezzo, e alle sopracitate nuove chiusure doganali esso presto arriverà a 20 milioni di lire. Il primo stabilimento nasce a Bagnoli, con un’estensione di 120 ettari, siamo nel giugno del 1910.

La luna di miele tra lo Stato e l’ILVA dura poco, in primis vi è la crisi dell’acciaio, iniziata a dir il vero anni prima, nel 1907. Nonostante queste difficoltà l’ILVA cresce fino al 1911, quando lo Stato decide per la prima volta sulla questione, attraverso un’oculata operazione finanziaria tra banche e imprese nasce il Consorzio ILVA, guidato da Attilio Odero che viene incaricato di gestire gli interessi anche dei subentrati gruppi di Savona e Piombino. Il capitale sociale ora è di circa 130 milioni di lire. Nel Consorzio si raggruppa così tutta la produzione nazionale di ghisa da altoforno, pari a 303 mila tonnellate, e il 58% di quella dell’acciaio.

La gestione Odero ha fiducia nella potenza bellica della Nazione, in occasione della Prima Guerra Mondiale crede fortemente che si tratterà di una guerra lampo, dunque acquista un’innumerevole serie di cantieri bellici, attraverso i prestiti della potentissima banca COMIT, ovviamente a guerra finita, ben tre anni dopo l’ILVA diventerà nuovamente un caso di interesse nazionale a causa dei suoi ingenti debiti. La società viene ceduta proprio alla COMIT tra il 1921-22, che l’acquista sotto spinta dello Stato.

La crisi del 1929 e i debiti sempre più ingenti dell’ILVA mettono in difficoltà la COMIT, e l’economia tutta dello Stato, che farà partire la nota azione di smobilizzazione dei crediti la quale confluirà nella creazione dell’IRI, in cui finirà anche l’ILVA nel 1934.

L’ILVA sembra sempre più un sogno destinato ad infrangersi. l’IRI-Finsider (ramo della finanziaria pubblica dedicato alla siderurgia) sembra voler affidare ad Oscar Sinigaglia l’opera liquidazione di quella stessa realtà che pochi anni prima pareva poter rendere l’Italia leader del mercato dell’acciaio, d’altronde la storia dell’ILVA appare costellata da malagestione e più in generale da scelte scellerate rimaste inspiegate, come quella del trasferimento della sede centrale a Genova nel 1931, con una spesa smisurata visto il periodo di grande recesso. Proprio la gestione Sinigaglia riporta l’ILVA ai fasti di un tempo, prettamente attraverso un rinnovo impiantistico che la renderà all’avanguardia in tutta la scena siderurgica.

Ma l’ILVA sembra essere colpita da una maledizione, come nel caso della prima crisi del 1911, i problemi nel 1944 arrivano da fattori esterni. La Guerra devasta l’ILVA, i bombardamenti distruggono Bagnoli-Piombino e lo stabilimento di Genova vede un gran numero di lavoratori deportato o impegnato al fronte, oltre alla deturpazione degli impianti da parte dei tedeschi.

Sembrerebbe il capitolo conclusivo, ma la nuova Italia che sta sorgendo necessita di avere una propria indipendenza siderurgica, necessita di grandi poli del lavoro, necessita di quei microcosmi che erano le fabbriche nel XX secolo, è dunque l’inizio di una nuova era per l’ILVA, che intanto per tagliare i ponti col passato diventa ITALSIDER.

La gestione dell’Italsider sembra procedere senza troppi problemi, anzi, il miracolo economico italiano porta all’annuncio nel 1961 della costruzione di un nuovo polo. Dopo quattro anni di lavori, il 10/04/1965 l’allora Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat inaugura fieramente il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, nasce lo stabilimento di Taranto. Una superficie complessiva di circa 15.450.000 metri quadrati, quasi il triplo rispetto alla città. Si tratta di uno stabilimento a ciclo integrale dove cioè avvengono tutti i passaggi della produzione che trasformano il minerale del ferro in acciaio.

Da qui iniziano le note dolenti, diventa chiaro sin da subito che l’impianto crea un danno ambientale ed ecologico immenso, anche prima che il termine “ecologico” entrasse nei vocaboli comunemente usati dagli italiani, i parchi minerari, che sono all’avvio della produzione, sono troppo pericolosi, i metalli volano per la città, il quartiere Tamburi è certamente il più colpito ma basta parlare con qualsiasi tarantino che abbia visto la propria città prima della nascita dello stabilimento per accorgersi di come la vita, a Taranto, non sia stata più la stessa. Quella che un tempo era una bella città di mare ha letteralmente cambiato colore, dal blu, in cui una volta fioriva la mitilicultura, si è passati al rosso ruggine, rosso morte.

Tornando alle vicende più istituzionali, potremmo affermare che l’Italsider, sotto la gestione IRI, è sicuramente un polo in grado assicurare lavoro e produrre abbastanza acciaio da rappresentare più che degnamente l’Italia all’estero. Proprio l’aspetto del lavoro identifica maggiormente il polo di Taranto, i tarantini non sono pazzi a volere l’ILVA, si tratta di una scelta molto spesso dolorosa, ma influenzata dall’incredibile dato dell’occupazione, ad oggi nello stabilimento lavorano 15.000 assunti, più un dato incredibile di lavori dell’indotto, che permette ad aziende di diversa natura, più o meno specializzate, di dare lavoro ad ulteriori 3.000 assunti. Un totale di quasi 18.000 lavoratori al Sud resta qualcosa di più unico che raro, che molto spesso porta le questioni dei sindacati davanti a quelle della salute pubblica e dell’ambiente. Spesso additata a “cattedrale nel deserto”, la fabbrica è oggettivamente indispensabile per l’economia del Sud, chi negli anni ha parlato di chiusura, ha semplicemente mentito.

Si sa, “gli anni ’80 sono finiti”, nel 1993 Romano Prodi è l’incaricato per le vicende di liquidazione dell’IRI, e vede nell’ILVA un cancro da debellare, se è vero che produce 10 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno, il dato che fa paura è quello dei 7.000 miliardi di lire di debiti. La famiglia Riva si aggiudica lo stabilimento di Taranto (pochi anni prima aveva acquistato l’impianto di Genova), per loro si tratta di un vero e proprio affare, infatti, Prodi ha (come da tradizione IRI) fondato due società parallele, una per i debiti, l’altra per la produzione, dunque alla modica cifra di 1.700 miliardi la famiglia Riva diventa proprietaria dell’ILVA, sì, viene ripreso il vecchio nome per instaurare un legame con la tradizione, e distaccarsi dall’aspetto pubblicistico.

La gestione Riva è sicuramente il punto più basso della storia ILVA, si parla di sette fabbriche chiuse in poco più di un decennio e una condanna per mobbing alla famiglia, il capitolo si conclude con il sequestro di oltre1 miliardo € alla famiglia e le condanne per associazione a delinquere e truffa ai danni dello Stato.

2018, Sergio Matterella è il Presidente della Repubblica, Giuseppe Conte il suo Presidente del Consiglio, il Mondo è diverso, la crisi iniziata nel 2008 ha quasi finito di rovesciare i centri di potere economico, vi sono alcune – risolvibili – tensioni tra le grandi potenze.

ILVA è ceduta ad ArcelorMittal, il dato sulle assunzioni è un buon inizio, ma soprattutto ci sono i preventivi interventi ambientali, che si aggiungono ai lavori di copertura dei parchi minerari iniziati a febbraio, la nuova ILVA, sicuramente più green, dovrebbe essere completata nel 2020. Questo è il capitolo conclusivo, per ora, perché se vi sono poche certezze, in Italia, una è proprio quella acciaieria nata 50 anni dopo l’Italia stessa, che ha attraversato crisi interne ed esterne, malagestione, che ha mietuto vittime (12.000 morti negli ultimi 8 anni), che inspiegabilmente resiste, e a quanto pare, resisterà.

di: M. Mastrandrea.

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