MORIRE PER LA DEMOCRAZIA: L’ALTRO 11 SETTEMBRE

L’11 settembre è una data capace di spaccare a metà un continente, dove il Nord e Sud-America si ritrovano solo nel mare di lacrime che furono versate. Da diciassette anni, per gli Stati Uniti e per la stragrande maggioranza del mondo occidentale queste ventiquattro ore sono dedicate al ricordo degli attentati dell’11 settembre 2001 che, per il devastante impatto di quelle drammatiche immagini, si collocano senza ombra di dubbio tra gli eventi più significativi dell’epoca contemporanea. È pressoché impossibile durante l’arco di questa giornata non imbattersi in un articolo, un documentario, una foto, un video o anche solo un commento che tratti di quel “9/11” che rappresenta una ferita ancora non del tutto chiusa.

Ma per il Cile, anzi, per tutta l’America del Sud l’11 Settembre è ben altro. È la fine precoce di un percorso, stroncato sul nascere da due armi potentissime: la paura e la violenza.

A Santiago de Chile, questo appena concluso, non è stato un lunedì come tutti gli altri. La routine non è tornata a far da padrona, non si è tornati a lavoro sbuffando e sbadigliando, e in testa non c’è il weekend passato troppo in fretta, ma c’è una sola parola che rimbomba troppo forte: “Justicia”. Le strade sono invase da migliaia di cittadini che, con le loro manifestazioni, tra cori e striscioni (“La venganza serà terrible”, “La vendetta sarà terribile” recita addirittura uno di questi ultimi), rivendicano quella giustizia attesa da 45 anni, nella speranza che i crimini impuniti di un regime non rimangano tali.

Questa è la storia del Golpe del settembre ‘73, l’11 settembre cileno, l’11 settembre di Salvador Allende.

Salvador Guillermo Allende Gossens non rientra nella categoria standard dei rivoluzionari di stampo marxista dello scorso secolo, pur nutrendo profonda stima per l’amico “guerrillero” Ernesto “Che” Guevara e Fidel Castro.

Cofondatore del Partito Socialista Cileno, si candida per la terza volta (la prima nel 1952, la seconda nel 1958) alla presidenza del paese e non è da solo.

È il leader della coalizione Unidad Popolar, dove, oltre al suo partito, ci sono il Partito Comunista ed il Partito Radicale. Riceve l’appoggio di figure di spicco del mondo intellettuale di quel periodo, come il cantante Victor Jara ed il poeta Pablo Neruda (candidato inizialmente proposto dal Partito Comunista).

Sulle note dell’inno “Venceremos”, eseguito dal gruppo musicale cileno Inti-Illimani, ottiene il 36,29% dei voti alle elezioni.

Nasce e cresce la paura, la prima arma, quella apparentemente immateriale.

Agli occhi Stati Uniti, un nuovo Paese socialista, in più con un governo legittimamente eletto, è un potenziale disastro: temono la diffusione e l’affermarsi del comunismo nel proprio continente.

Il piano dell’allora presidente statunitense, il repubblicano Richard Nixon, è di far rieleggere il Presidente uscente Eduardo Frei Montalva (Democrazia Cristiana).

Gli ordini impartiti da Nixon alla CIA sono ben precisi: spingere il Congresso a bloccare la ratifica della nomina di Allende a nuovo Presidente, e preferire il leader del Partito Liberal Conservatore, Jorge Alessandri Rodrìguez. Le dimissioni di quest’ultimo avrebbero poi permesso a Frei di candidarsi per le nuove elezioni.

Il piano “perfetto” degli americani non va però in porto. Frei non blocca la ratifica, e, una volta firmato il cd. Statuto di Garanzie Costituzionali, Salvador Allende diventa il primo Presidente socialista eletto democraticamente.

Il “Compañero Presidente” fu il promotore della cd. “via cilena al socialismo democratico”; da visionario qual è, mira a realizzare una serie di riforme che attraversano ogni campo, dall’economia, alla politica interna ed internazionale, che possano portare ad una rivoluzione pacifica del Paese.

Interviene migliorando il sistema dell’istruzione e quello sanitario, vara l’importantissima riforma agraria (che gli costerà l’inimicarsi i grandi latifondisti, che vedono espropriati i propri terreni), avvia un processo di nazionalizzazione delle banche a cui segue la coraggiosa scelta di nazionalizzare le più proficue industrie private, in primis le miniere di rame, che erano sotto il controllo delle aziende statunitensi Kennecott e Anaconda. Sebbene già nel 1971 si notino i primi effetti positivi del suo programma politico (il tasso di disoccupazione scende, mentre il PIL cresce fino all’8,6%), il 1972 segna un forte declino (causato, tra l’altro, dal boicottaggio, principalmente americano, delle esportazioni, un notevole aumento di importazioni, a cui si aggiunge lo sciopero di ventiquattro giorni di camionisti e lavoratori del settore industriale) che fa scivolare il Paese in una profonda Crisi.

In seguito ad una Crisi Costituzionale, il Congresso invoca l’intervento delle forze armate non solo per ripristinare l’ordine, ma per garantire il rispetto della costituzione. Il generale Augusto Pinochet (di cui Allende dichiara pubblicamente di fidarsi) viene nominato capo maggiore dell’esercito cileno.

Da qui in poi l’arma è tendenzialmente una sola, ed è quella più concreta e massacrante: la violenza.

La mattina dell’11 Settembre 1973, ha inizio il feroce golpe militare guidato da PInochet, che si rivela traditore nei confronti di Allende. Il Palacio de La Moneda (palazzo presidenziale) dove Allende si rifugia con i suoi fedelissimi viene circondato dall’esercito e bombardato dall’aviazione. Le forze armate gli propongono la resa incondizionata, ma il presidente si rifiuta di scendere a compromessi. Poco dopo, attraverso il suo disperato messaggio radiofonico, comunica al popolo la sua scelta di resistere, pur di difendere la democrazia a lui tanto cara. Queste le sue ultime parole:

«Lavoratori della mia patria: ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno il momento grigio ed amaro in cui il tradimento vuole imporsi. Andate avanti sapendo che, molto presto, si apriranno grandi viali attraverso cui passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una punizione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento».

Alle ore 14 i militari fanno irruzione nel palazzo presidenziale.

Viene trovato il suo cadavere e, stando alla versione ufficiale (poi confermata dal suo medico personale), Salvador Allende si sarebbe tolto la vita con due colpi sparati con un fucile AK-47, regalatogli da Fidel Castro.

Da quel momento, inizia la sanguinosa dittatura del generale Pinochet, destinata a durare diciassette anni, che vedranno l’arresto di oltre 130.000 persone, la tortura di altri 30.000, in aggiunta a 2.000 morti accertati e più di 1000 “desaparecidos”.

“Era un socialista che aspirava al socialismo dal volto umano. Non volle mai ricorrere alla forza, perché pensava che non vi può essere socialismo senza libertà”. Così ne parla il Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini, il 26 Settembre 1973, in occasione della “Commemorazione del presidente della Repubblica cilena Salvador Allende”.

È la conclusione dell’altro 11 Settembre, il tragico epilogo di un sogno e dell’uomo che si fece martire per non abbandonarlo mai.

di: A. Rollo

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