LICANTROPIA: Una indagine tra Magia e Superstizione alla ricerca delle Origini

Vampiri, Streghe e Licantropi. La Puglia certo non si fa mancare niente. Mia nonna, in uno dei suoi numerosi racconti, mi narrava di un “lupomino” che abitava a Carbonara, frazione del comune di Bari e ululava i giorni di luna piena. Molti vecchi che abitano nel quartiere barese di Madonnella giurano l’esistenza di un uomo distinto e buono di cuore che nelle notti di luna piena in estate diventava lupomane mentre la moglie, disperata, lo pungeva con uno spillone o lo faceva immergere in un vascone con tanta acqua calda che aveva il compito di sedarlo. A Bitonto esiste addirittura una Torre, detta del “Luponimo”, dove la leggenda trovasse rifugio notturno appunto un licantropo. Storie, Leggende, favole e racconti su “u Lpomn” sono così diffuse che perché non approfondire?

Le storie e i racconti sulla licantropia ( da lycos che significa lupo e anthropos, ovvero uomo) affondano le loro radici nella notte dei tempi quando l’uomo, vivendo tra le braccia della mater natura e circondato dalla sua immanenza che si tramutava in alberi ed animali, si sentiva parte integrante della stessa. Per convinzione popolare si credeva che i nati tra il 24 e il 25 dicembre, sarebbero divenuti licantropi se maschi o streghe se femmine. Anche il settimino, cioè il figlio nato settimo senza che, prima di lui, ci sia stata interruzione di sessi, così come chi nasce nel giorno di San Giovanni o di Natale, era destinato a diventare “Lupomino”. Nel Leccese, il padre dello sventurato bambino a mezzanotte saliva sul tetto e gridava: «È natu nu’ stregone alla casa mia». La famiglia cercava di evitare questo tremendo destino. Per le tre notti successive al giorno di Natale il padre, con un piccolo ago rovente, disegna una piccola croce sopra il piede del figlio per “guarirlo”. Tale operazione è nota con il termine ferrare. Una tradizione simile è presente nella valle del Fortore. Altro modi per calmare il “Lupo Mannaro” erano quello di pungerlo con un ago recitando lo scongiuro “sime chembare de San GGiuànne” o cercare di fargli fare un bagno in acqua tiepida dove i sui bollori si calmavano quasi sempre. Mia nonna mi raccontava come un importante mezzo di difesa erano le scale. Il Lupo Mannaro, infatti, non po’ salirle e dunque andarci sopra garantiva una certa protezione.

Moltissime sono così le tradizioni degli uomini-cambiaforma, o meglio degli uomini lupo sparse in tutto il mondo; forse la più antica la ritroviamo nella Bibbia ove re Nabucodonosor, a causa della sua vanità, fu trasformato da Dio in un lupo. Tracce di questi antichi ricordi le troviamo poi nella cultura classica, ad esempio nella cultura greca ne parla Ovidio nelle sue celebri “Metamorfosi” o nei miti riguardanti il re dell’Arcadia Licaone, che, per aver cercato di ingannare Giove fu trasformato dallo stesso in un lupo. Indovinate di chi era padre Licaone? Ebbene, tra i suoi cinquanta figli c’era Peucezio, che diede il nome al territorio pugliese, da lui chiamato appunto Peucezia. Siamo tutti figli di un Licantropo? Tradizioni legate all’adorazione dell’animale le troviamo anche nella cultura romana, del resto i fondatori dell’Urbe, Romolo e Remo,  furono proprio allattati da una Lupa che poi divenne lo stesso simbolo della città. La tradizione voleva anche che i due re avessero vissuto proprio con un branco di lupi e che, accoppiatisi con tali belve, avessero dato origine a creature per metà umane e per metà fiere. Petronio nel suo Satyricon parla per la prima volta dei “versipellis”, uomini all’interno dei cui corpi crescevano folti peli e così che bastava si rivoltassero come un guanto per cambiare il loro aspetto. In un episodio raccontato da Nicerote, che, durante una notte di luna piena, intraprende un viaggio a piedi si legge:

 

“…Volle il caso che il padrone fosse partito per Capua a smerciar il meglio delle sue cianfrusaglie. Afferrata al volo l’occasione, convinco un tale, ospite lì da noi, a venire con me sino al quinto miglio. Non per nulla era un soldato forte come un demonio. Leviamo le chiappe, verso il canto del gallo. La luna luceva come a mezzo giorno. Arriviamo a un cimitero: il mio uomo si mette a farla tra le tombe, io mi siedo canterellando e conto le tombe quante sono. Poi, come torno con gli occhi al compagno, quello è lì che si sveste e depone tutti gli abiti al margine della strada. Io avevo il cuore in gola, ero più morto che vivo. Quello allora piscia in cerchio intorno agli abiti e all’improvviso diventa lupo. Badate che non scherzo: non mentirei per tutto l ‘oro del mondo. Dunque, come dicevo, una volta quel che divenne lupo, incominciò ad ululare e fuggì nelle selve. Sulle prime non sapevo più dove fossi. Poi mi feci vicino, per raccattare gli abiti di quello là, ma gli abiti erano diventati di pietra. A morir di paura, chi più morto di me? Tuttavia strinsi in pugno la spada, e, abracadabra, andai infilzando le ombre, sin quando non giunsi al podere della mia amica. Entrai che ero uno spettro, mezzo scoppiato, ma con il sudore che mi correva per la forcata, con gli occhi fissi: ce ne volle per rimettermi. La mia Melissa sulle prime era stupita che io o gli fossi in giro così tardi, e “Se arrivavi un po’ prima, – disse – almeno ci davi una mano, che un lupo si è introdotto nel podere e da vero macellaio ci ha sgozzato tutte le bestie. Però non l’ha fatta pulita, anche si se è riuscito a fuggire, che uno dei nostri schiavi gli ha trapassato il collo con la lancia”. A sentir questo, non riuscii più a chiuder occhio, ma, appena fatto giorno, via di corsa alla casa del nostro Gaio, che sembravo l’oste dopo il repulisti. E una volta che giunsi in quel luogo, dove gli abiti erano diventati di pietra, non altro trovai che del sangue. Come poi giunsi a casa, il mio soldato giaceva sul letto che che sembrava un bove e c’era un medico che gli curava il collo. Mi fu chiaro che era un lupo mannaro, ne ho potuto da allora dividere il pane con lui, nemmeno se mi avessero ammazzato. Comodi gli altri di pensarla in proposito come vogliono, ma io, se mento, che il cielo mi punisca…”

Successivamente, se ci spostiamo a Roma, il 15 Febbraio si celebravano i famosi “Lupercali”, feste in onore del dio Lupesco protettore delle greggi e degli armenti. Questi rituali, basati spesso su riti orgiastici con sacrifici animali erano stati a loro volta ereditati dai romani dalle popolazioni autoctone che vedevano nell’animale una divinità. Il Cibarsi o il tramutarsi nell’animale totemico così, non era una gozzoviglia ma un sacramento solenne, un modo per il primitivo di  acquistare ed assorbire una parte di divinità.  La scelta del lupo, o delle fiere locali come divinità non era casuale, infatti l’animale, che con i suoi comportamenti era considerato grande predatore, era in competizione con gli stessi uomini cacciatori e così il selvaggio, per propiziare una buona caccia, cercava di onorare l’animale sia per ingraziarselo e evitare che gli sottraesse il sostentamento, sia per poter ereditare dallo stesso la sua stessa capacità di caccia. Il lupo e i suoi sacerdoti così hanno sempre avuto una valenza benefica, essi erano intermediari tra l’uomo e le forze naturali rappresentate appunto dalle fiere dalle quali, a scopo magico, guerriero o semplicemente per caccia, l’uomo cercava di acquistare la forza. Tradizioni di guerrieri-lupi le troviamo poi anche nelle tradizioni italiche ove si parla del popolo dei Reti abitanti nell’area che oggi è il Trentino e il Veneto settentrionale e che crearono numerosi problemi alle mire espansionistiche di conquista dei romani e dei popoli dei  Peleghetes, Lastojeres, Cajutes, letteralmente orsi, cani e lupi. Ecco così che il lupo diventa il dio-protettore-cacciatore adorato in moltissime culture animiste e che ritroviamo tra i Germani, i popoli nordici, i Mongoli, gli Indiani d’America e in moltissime altre tradizioni. Il culto del lupo lo troviamo anche nelle tradizioni sciamaniche-finniche dell’area russa o slava, le cui tradizioni legate a uomini che si trasformavano in lupi furono descritte dallo stesso Erodoto che ci parla del popolo dei Neuri e che ritroviamo anche in un passo del famoso “canto di Igor”, ove si narra delle trasformazioni in lupo del principe Vseslav, e nelle numerosissime leggende locali. L’antico nome che questi popoli davano agli uomini-lupo era vulko-dlak, pelle di lupo, forse per una tradizione legata a uomini che si vestivano con le loro pelli e dunque forse guerrieri come nelle tradizioni nordiche o sciamani. Del resto per il primitivo, secondo i principi della magia empatica o imitativa, travestirsi con le pelli dell’animale equivaleva a trasformarsi nello stesso acquisendo i suoi poteri e le sue capacità come testimoniato dai cacciatori Pawnee o i Mau-Mau, gli uomini leopardi piaga e terrore dei soldati inglesi o ancora i guerrieri nordici come i ulfhednar, le teste di lupo o i non lontani cugini Berseker, i camici d’orso. Si narra che questi terribili guerrieri andassero in battaglia solo vestiti della pelle del loro animale totemico, urlando, ringhiando e ululando come lupi e che erano presi da una furia così devastante, definita poi dai latini con il termine di “furore” che non sembravano avvertire il dolore delle ferite loro inflitte o che uccidevano con disumana forza sia i nemici che i loro compagni per poi morire spesso con il cuore scoppiato. Sicuramente per favorire il connubio tra uomo e bestia e dunque assorbire tutte le caratteristiche dell’animale essi, come in molte tradizioni sciamaniche, facevano sicuramente uso di droghe come quelle ottenute dal micidiale fungo della Amanita Muscaria, che provocava visioni e grandi scariche adrenaliniche e che era poi mescolata con delle bevande alcoliche.

Successivamente però avviene una trasformazione, con il passaggio dalla caccia all’allevamento il lupo subisce una prima trasformazione, esso non è più animale totemico ma diventa nemico delle greggi e dunque dell’uomo, ma sarà nel Medioevo che esso assumerà sembianze malvagie che lo legheranno alla magia e al demonio. Nel 1252 con la bolla papale “Ad extirpena”, Papa Innocenzo IV autorizzò la persecuzione dei culti pagani, ma soprattutto nel 1500-1600 la caccia alle streghe diviene anche caccia al licantropo che, oramai perduto il suo significato sacerdotale, viene visto come mostro o come malattia. Moltissimi malati di quella che veniva definita “melanconia celebrale”, una forma di quella che chiameremmo oggi schizofrenia, furono accusati di stregoneria e condannati al rogo. Successivamente queste “malattie” furono legate anche a timori e tabù, così ecco che se un paese veniva colpito da peste o carestia significava che in questo era nascosto un “lupomino” e così si scatenavano terribili caccie all’“untore”.

Proprio come nel caso del “Vampirismo (LINK) anche la tradizione del lupo mannaro nasconde una patologia. Già Galeno spiegava che nessuno può davvero diventare un lupo ma che Coloro i quali vengono colti dal morbo, chiamato lupino o canino, escono di notte nel mese di febbraio, imitano in tutto i lupi o i cani, e fino al sorgere del giorno di preferenza scoprono le tombe. Secondo il medico Tuttavia si possono riconoscere le persone affette da tale malattia da alcuni sintomi come il pallore e gli occhi lacrimanti. Oggi si parla di licantropia clinica, ovvero una patologia mentale che costringe chi ne soffre a voler assomigliare ad un animale, spesso ad un lupo, a cibarsi di carne cruda e di sangue. Il dottor Moselhy, in un suo studio sul Irish Journal of Psichological Medicine afferma che si tratti di un disturbo dell’identità, spesso associato a schizofrenia o ad altri disturbi psichiatrici. Il dottor Coll, in un suo articolo sul The British Journal of Psychiatry descrive due casi di “licantropia clinica” datati 1977 e 1978, ovvero degli individui che avevano sviluppato una sindrome licantropica ovvero lo strisciare carponi, imitando i latrati di cani, in quella che in realtà era una forma di schizofrenia, manico-depressiva. Insomma, alla fine i nostri nonni non avevano torno, probabilmente l’”uomo-lupo” dei loro racconti era esistito davvero, semplicemente la medicina del tempo non aveva diagnosticato il fenomeno, relegandolo, così a magia e superstizione.

CHT199790 Similarities Between the Head of a Wolf and a Man, from ‘Livre de portraiture pour ceux qui commencent a dessiner’ by Le Brun (engraving) (b/w photo) by Le Brun, Charles (1619-90) (after)
engraving
Bibliotheque des Arts Decoratifs, Paris, France
Archives Charmet
French, out of copyright

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