XXIV DOMENICA DEL T. O.  Mc 8, 27-35

Silenzio, solitudine e preghiera prima di pensare, parlare e agire. Questa è la vita d’amore del Cristo e in quest’ora importante Gesù pone una domanda decisiva, qualcosa da cui poi dipenderà la vita di chi lo segue: voi chi dite che io sia? Gesù usa il metodo delle domande per far crescere i suoi amici. Le sue domande sono scintille che accendono qualcosa, provocazioni che mettono in moto cammini e crescite, spartiacque tra pensanti e non pensanti, come ebbe a dire il card. Martini.

La domanda inizia con un “ma”, una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente. Non accontentatevi di una fede “per sentito dire”, per tradizione. Ma voi, voi con le barche abbandonate, voi che avete camminato con me per tre anni, voi miei amici, che ho scelto a uno a uno, chi sono io per voi? E lo chiede lì, dentro il grembo caldo dell’amicizia, sotto la cupola d’oro della preghiera.

Una domanda che è il cuore pulsante della fede: chi sono io per te?

Gesù non cerca parole, cerca persone; non definizioni di sé ma coinvolgimenti con sé: che cosa ti è successo quando mi hai incontrato? In che modo ho stravolto la tua vita? Assomiglia alle domande che si fanno gli innamorati: – quanto posto ho nella tua vita, quanto conto per te?

E l’altro risponde: tu sei la mia vita. Sei la mia donna, il mio uomo, il mio amore, il mio tutto.

Gesù non ha bisogno dell’opinione di Pietro per avere informazioni, per sapere se è più bravo dei profeti di prima, ma per sapere se Pietro è innamorato, se gli ha aperto il cuore. Cristo è vivo, solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio. Può fare grande o piccolo l’Immenso. Perché l’Infinito è grande o piccolo nella misura in cui tu gli fai spazio in te, gli dai tempo e cuore. Cristo non è ciò che dico di Lui ma ciò che vivo di Lui. Cristo non è le mie parole, ma ciò che di Lui arde in me. La verità è ciò che arde e mi arde dentro.

In ogni caso, la risposta a quella domanda di Gesù deve contenere, almeno implicitamente, l’aggettivo possessivo “mio”, come Tommaso a Pasqua: Mio Signore e mio Dio. Un “mio” che non indichi possesso, ma passione; non appropriazione ma appartenenza: mio Signore.

Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Mio, come lo è il cuore e, senza, non sarei.

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