ETIAM PERIERE RUINAE.

RIFLESSIONI STORICO POLITICHE ALL’ALBA DELLA TERZA REPUBBLICA

“Anche le rovine sono andate distrutte”, questa sarebbe stata la frase di Giulio Cesare dinanzi alle rovine di Troia, un’epica città, da cui lui stesso proverà a far credere di discendere con il mito di Enea. Un po’ per elevare le sue origini (di nobile decaduto), un po’ – ci piace pensare – per una visione politica a lungo a lungo termine che illumina solo i più grandi. Come se sapesse il destino della sua Roma, che quella città sarebbe diventata Impero, che non poteva permettersi le sue bucoliche origini, di fronte al Mondo da conquistare.

Secondo questa nostra romantica visione, Cesare non vide delle rovine, ma un’opportunità. Un potente, il più potente che la storia abbia probabilmente conosciuto, ebbe dunque, lo ripetiamo, una visione politica a lungo termine.

Viviamo oggi nell’era dei social network e dei social media, a partire dal 2008 con Obama, questi sono diventati il campo di battaglia – perché di battaglia molto spesso bisogna parlare – della politica (realpolitik). Le fake news sono solo la punta di un iceberg che ci ostiniamo a non voler vedere. I social sono un’opportunità, e per le nuove generazioni sono uno degli aspetti fondamentali dell’esistenza. Seppur sia difficile far prevalere una teoria sull’altra, abbiamo una verità: i social ci hanno velocizzato la nostra vita.

Che ve ne accorgiate o meno, che lo vogliate o meno, i fatti della vita umana vengono assimilati ad una velocità esponenzialmente superiore al decennio scorso. La logica conseguenza è che i media sono propensi a guardare con maggiore minuzia vita morte e miracoli della politica (politique politicienne), per trovare nuove inchieste, nuovo clickbaiting.

La società, inerme, si trova esposta ad una raffica di avvenimenti, più o meno gravi, con più o meno risalto, concede solo una determinata percentuale di attenzione. Diventa dunque impossibile concentrarsi su un caso per più di due settimane (nelle peggiori delle ipotesi).

La prova empirica di questo cambiamento è data dalla velocità con cui si “bruciano” i leader politici. I ventenni sono stati sostituiti dai più funzionali bienni. Nei sistemi democratici odierni ci sono elezioni, di diversa natura ed importanza, con una cadenza circa biennale, e ormai la prima lista lascia quasi sempre il posto alla sorpresa della tornata precedente. Si è quasi creata una legge matematica attorno alle elezioni, e le campagne elettorali di un tempo, in cui si perdeva o recuperava terreno, sono ormai demodè, il popolo sviluppa quotidianamente un sentimento quasi viscerale, che va poi a riversare sulle schede elettorali.

La risposta della politica, è stata un adattamento che ha del dispotico e a tratti dell’incosciente. Guardando al nostro Paese, i toni pacati e riflessivi della Prima Repubblica, hanno lasciato la scena alle urla drogate in stile Wall Street. A livello tecnico, continua ad essere il rapido decreto legge la forma preferita dai nostri Governi, nonostante le sollecitazioni della Corte Costituzionale a non abusarne, in favore della più mite e democratica, ma dai tempi estremamente lunghi, legge ordinaria.

Rispondendo con una forma di legge pensata per le urgenze, è ovvio che ogni situazione su cui si va ad intervenire verrà vista come tale, quando, invece, dati reali alla mano, sarebbe più logico pensare a dei casi mediatici.

Il combinato disposto di paura e analfabetismo funzionale creano l’humus perfetto su cui scatenare duelli che ricordano maggiormente i dissing della cultura rap, che l’idea di dialettica e libertà d’espressione per cui ci si è battuti durante la Resistenza.

Il leader politico odierno è dunque naturalmente incapace (e disinteressato) ad una visione di lungo termine, nonostante la vita umana, quella reale, non si azzeri ogni due anni, come le percentuali di voto. Nonostante sia ovvio che la maggior parte degli interventi in campo economico necessitino di un lungo periodo per espletarsi. Nonostante qui sia pieno di macerie, o meglio, di opportunità.

di M.Mastrandrea

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