XXIX DOMENICA T. O. Mc 10, 35-45

Ognuno di noi ha sogni e desideri nel cassetto e spera, prima o poi, di realizzarli. I problemi sorgono quando questi non sanno di Cielo e non ci rendono felici davvero, perché non coincidono con il sogno di Dio per noi. E da sogni – pur legittimi – mutano in aperta ambizione.
Anche Giovanni, il discepolo preferito, il migliore, il fine teologo, si mette di fronte a Gesù e gli chiede, con il fare proprio di un bambino: “Voglio che tu mi dia quello che chiedo. A me e a mio fratello”. Eppure Gesù lo ascolta e rilancia con una bellissima domanda: “Cosa vuoi che io faccia per voi?”. “Vogliamo i primi posti!”. Dopo tre anni di segni, prodigi e guarigioni operate in cammino, dopo tre anni di uomini e donne sfamati e dopo tre annunci della morte in croce, è come se non avessero ancora capito niente. Ed ecco ancora una volta tutta la pedagogia di Gesù, paziente e luminosa. Invece di arrabbiarsi o di scoraggiarsi, il Maestro riprende ad argomentare, a spiegare il suo sogno di un mondo nuovo. Spiega ai suoi discepoli che devono imparare a chiedere, devono toccare con la loro domanda quale povero cuore, quale povero mondo nasce da queste fame di potere. E la dimostrazione arriva immediatamente: gli altri dieci apostoli
hanno sentito e si indignano, si ribellano, unanimi nella gelosia, accomunati dalla stessa competizione per essere i primi.
Adesso non solo i due figli di Zebedeo (i boanerghes, i figli del tuono, irruenti e autoritari come indica il loro soprannome), ma tutti e dodici vengono chiamati di nuovo da Gesù, chiamati vicino.
E spalanca loro l’alternativa cristiana: “tra voi non sia così”. I grandi della terra dominano sugli altri, si impongono… Tra voi non così! Credono di governare con la forza… tra voi non è così!
Gesù prende le radici del potere e le capovolge all’aria: “Chi vuole diventare grande tra voi sia il servitore di tutti”. Servizio, il nome difficile dell’amore grande. Ma che è anche il nome nuovo, il nome segreto della civiltà. Anzi, è il nome di Dio. Come assicura Gesù: Non sono venuto per procurarmi dei servi, ma per essere io il servo. La più sorprendente, la più rivoluzionaria di tutte le autodefinizioni di Gesù. Parole che danno una vertigine: Dio mio servitore! Vanno a pezzi le vecchie idee su Dio e sull’uomo: Dio non è il padrone e signore dell’universo al cui trono inginocchiarsi tremando, ma è Lui che si inginocchia ai piedi di ogni suo figlio, si cinge un asciugamano e lava i piedi, e fascia le ferite.
Se Dio è nostro servitore, chi sarà nostro padrone? L’unico modo perché non ci siano più padroni è essere tutti a servizio di tutti. E questo non come riserva di viltà, ma come moltiplicazione di coraggio. Gesù infatti non convoca uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi. Belli della bellezza di un Dio con le mani impigliate nel folto della vita, custode che veglia, con combattiva tenerezza, su tutto ciò che fiorisce sotto il suo sole.

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