Storia di Bari: Quando la città batteva moneta

Quanti di noi baresi hanno sentito l’espressione “l’Trriss” per indicare i soldi? Facciamo un viaggio tra le monete di Bari e cerchiamo di dare anche una rispostall’origine di questo termine.

La Puglia, e dunque Bari, ha subito da sempre grandi dominazioni. Limitandoci al periodo storico attorno che va dal 500 al 1200, incontriamo la dominazione greco-bizantina, dopo una brevissima parentesi araba, tra il 1071 e il 1190 il governo dei Normanni e successivamente dagli Svevi. Una terra dominata da stranieri, dunque, nonostante tutti i tentativi della città di raggiungere l’Indipendenza. Ne consegue che le monete che circolavano nel periodo citato fossero bizantine, normanne, arabe, sveve, ovvero quelle dello stato dominante, coniate un po’ in tutto il regno. Facciamo una breve panoramica. Tra i Bizantini la moneta più importante era chiamata follis, battuta in bronzo, il cui  valore era segnato tramite i numeri greci. Le zecche principali nel sud Italia si trovavano a Napoli e Catania. Furono successivamente gli Arabi ad introdurre in Sicilia, verso il 913, e dunque in tutto il sud Italia, il Tarì, moneta d’oro dal peso di circa 1 grammo, il cui nome durerà nel tempo. Infatti il “Trriss” è una distorsione del “Tarì”. Quest’ultimo, infatti, anche se sotto sembianze del tutto diverse da quelle arabe, fu il nome della moneta adottata dal Regno di Napoli fino all’Unità di Italia, rimanendo così nella memoria barese. Insomma, ancora una volta gli Arabi lasciarono il segno sulla nostra terra.

Dopo la conquista normanna la coniazione fu mantenuta. Le prime monete normanne furono coniate da Roberto il Guiscardo prima a Palermo e poi a Salerno mantenendo tutte le caratteristiche dei Tarì, anche le legende cufiche più o meno corrotte. I Normanni, però, introdussero anche i Follari, monete decisamente meno pregiate coniate in rame o bronzo. Di tutte le monete sin qui descritte, furono davvero pochissime quelle coniate a Bari. Dal punto di vista monetario Bari non fu mai davvero importante, lasciò sempre il primato a Brindisi che, invece, vantava di una importante zecca. Furono in realtà solo tre i follari coniati nella città, voluti da Ruggero II, re di Sicilia, tra il 1139 e il 1140, di cui due commemorativi. Infatti queste monete avrebbero voluto ricordare la conquista della città da parte dei Normanni dopo un lunghissimo assedio che fece, infine, capitolare la città. Nel 1137, infatti, Bari si schierava apertamente con il principe Rainulfo, sostenuto anche dal papato, contro Ruggero II. Purtroppo nel 1139 Rainulfo si ammalò e morì a Melfi così Ruggero potè facilmente rioccupare le città ribelli ad eccezione di Bari. Qui infatti il principe Giaquinto, eetto due anni prima insieme ad altri 10 concittadini, oppose fiera resistenza alle truppe regie e così ne nacque un assedio che durò ben due mesi.

“…Onde il Re [Ruggero II] fatte porre all’ordine molte torri di legno ed altre macchine per abbattere le mura, per due mesi continui, cioè Agosto e Settembre, travagliò quella Terra si fattamente che rovinò colle dette macchine non solo le mura, ma anche gli edifizii posti dentro di essa, con istrazio e con morte d’insignita gente, essendo altressì i baresi travagliati dalla carestia delle cose da vivere, né mangiando altra carne che di cavalli. Non potendo più soffrire tale calamità, cominciarono alla fine a far tumulto, di modo che disperati di ogni altro aiuto il Principe Giaquinto, Ruggiero di Sorrento con molti altri de più grandi, inviarono a darsi al Re condizione che non si desse oro noja alcuna e che fossero liberi tutti i prigionieri di Bari…” .

Alla fine di Settembre Ruggero entrò nella città e, anche se il Re garantì la salvezza di tutti i rivoltosi, una volta occupata Bari  fece condannare a morte il Principe locale Giaquinto e i suoi 10 consiglieri. Furono abbattute le mura cittadine, nominò un vescovo fedele all’antipapa, ma questa è un’altra storia. Torniamo alle monete. Presa la città il re decise di coniare un follaro che ricordasse a tutti l’ingresso nel regno di Sicilia, ovvero segno della vittoria del Re e della pacificazione del Regno. La Zecca, secondo alcuni storici, doveva essere locata tra le mura del Catapano, ma non esiste documentazione in merito. Tutto andò perduto dopo la distruzione della città ad opera di Guglielmo il Malo. Le monete coniate a Bari furono dunque tre, riportavano figure legate al Cristianesimo, come San Nicola, La Vergine orante e San Demetrio.

il Follaro di San Demetrio

La prima, ovvero quella dedicata a colui che sarà poi Patrono della città, la più rara, può essere dunque considerata la prima moneta commemorativa medievale, insieme a quella coniata a Messina, del tutto simile a quella barese ma con al rovescio una scritta in caratteri greci e non cufici.

Il Follaro di San Nicola

E’ quindi del tutto verosimile che i due follari con San Nicola siano stati battuti a Bari e a Messina, contemporaneamente, ed è molto probabile che quelli di Bari siano stati prodotti con manodopera ed attrezzature della zecca messinese.

La moneta di Bari riporta un’indicazione indiscutibile in caratteri arabi: “ Umila Bi Bari Sanat Arb  aa Talatuna Khamsumiaa” ovvero “Coniata a Bari, anno 534 dell’Egira”, ovvero poco dopo la caduta della città. Perché in cufico? Risposta facile. Tale moneta sarebbe servita per pagare le milizie normanne che erano composte per la maggior parte da arabi di Sicilia.

La scelta di San Nicola non fu, però, un tributo alla città. Nicola era già era uno dei principali santi del « santuario » ufficiale normanno, ed in particolare con Ruggero II. Su uno smalto conservato nel Tesoro della Basilica di San Nicola a Bari il santo è raffigurato nell’atto di incoronare Ruggero II e nella decorazione délia Cappella Palatina di Palermo è raffigurato ben due volte. Qui San Nicola appare insieme ai quattro santi guerrieri, Demetrio, Nestore, Mercurio e Teodoro. La seconda moneta in ordine di tempo ad essere coniata a Bari fu un mezzo follaro noto come “Vergine orante” a causa del disegno che raffigura la Madonna con le mani aperte in segno di preghiera e le lettere MPƟY, ovvero “Maria”. Anche qui la scritta cufica “Umila Khamssa Talatuna Khamsumiaa” ci indica la data del conio, il 1140.

La “Vergine Orante”

Anche questa sembrerebbe essere una moneta commemorativa, con un probabile un riferimento alla capitale Bizantina e alle spedizioni di  Ruggero II contro Costantinopoli. Decisamente più dibattuta è l’ultima moneta, il “San Demetrio” che alcuni studiosi attribuiscono a Gaeta. E’ anche questo un mezzo follaro di rame con al centro San Demetrio vestito con una lunga tunica mentre nella mano destra brandisce una lancia. Attorno le lettere ƟΔHMHTPH, ovvero San Demetrio, patrono della città di Salonicco. La scelta di questo santo, per quanto curiosa, non è casuale. Demetrio era particolarmente venerato dai Normanni come santo guerriero e dunque il suo culto, anche se non molto diffuso nell’Italia Meridionale,  era fortemente presente alla corte di Ruggero per motivi politici, ovvero sembrava indicare nel santo il gruerriero-patrono delle imprese vittoriose normanne nel Mediterraneo. Probabilmente anche questa è una moneta commemorativa, forse legata alla celebrazione dei successi normanni del 1147-48 in Grecia, appunto a Salonicco. La zecca di Bari, dunque, più che per monete di corso comune, divenne la zacca commemorativa normanna.

Insomma, Bari iniziava a diventare un centro importante per il dominio Normanno, poi però arrivò il 1156 e con esso la vendetta del “Malo”, ma anche questa è un’altra storia. Buoni Trriss a tutti.

 

 

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