Santa famiglia Lc 2, 41-52

Oggi è la festa della Santa Famiglia di Nazareth, e dunque, festa di tutte le famiglie.
Il Vangelo di Luca è l’unico a riportare una scena di vita familiare che ha come protagonisti Maria,
Giuseppe e Gesù. Di tutti e quattro i Vangeli, questa è l’unica pagina ove siamo testimoni della
vita quotidiana di questa singolare famiglia ; una famiglia che, fino a quel momento, se si eccettuano le vicende tragiche accadute 12 anni prima – fuga in Egitto e relativo ritorno a Nazareth – di singolare non aveva proprio niente. Ebbene, Luca riporta il resoconto di quella che potremmo tranquillamente definire una solenne litigata tra due genitori e il loro figlio unico.
Agli occhi della madre e del padre, il giovane Gesù aveva combinato una bravata: scompare per tre giorni. Credo che per Maria e Giuseppe questo episodio non li riportò solo indietro nel tempo, alla scena del presepio con tutto ciò che seguì; la perdita e il ritrovamento nel Tempio di Gesù costituirono per i due santi genitori una prova ulteriore che il loro destino faceva parte di un disegno assai più grande, pensato e realizzato da Dio, con o senza il loro consenso!
Chi, infatti, accetterebbe volontariamente, di buon grado, di perdere suo figlio?
Non si dimentichi che nel linguaggio lucano, perdere è sinonimo di morire.
Il racconto è ricco di particolari che vanno interpretati, per capire che ciò a cui stiamo assistendo
non è solo un banale litigio familiare, ma il passaggio capitale, il giro di boa, la fine dell’innocenza e l’inizio del compimento. Certo, i giorni della passione gloriosa di Gesù erano ancora lontani.
Altri vent’anni sarebbero trascorsi in una apparente normalità anonima e nascosta, durante i quali il figlio dell’Uomo avrebbe maturato la sua vocazione, passando forse attraverso un’esperienza di
ascesi nel deserto, l’occasione per conoscere Giovanni il precursore, e farsi conoscere da lui.
Da questa esperienza dolorosa, Maria e Giuseppe uscirono più confusi e disorientati di prima…
Luca afferma che non capirono le parole di Gesù . Ma il Vangelo di oggi ci dice anche un’altra
cosa: il ragazzo se ne tornò a casa con i genitori e stava loro sottomesso ; quando la vita di un
uomo, di una donna, intercettano la vita stessa di Dio, il tempo umano deve fare i conti con i tempi
di Dio. È Lui, Dio, a segnare il cammino e a scandire i giorni. Nel quarto Evangelo, più volte il Signore risponde a sua madre, ma anche ad altri interlocutori: “la mia ora non è ancora
giunta!”; neppure Lui, che era il Figlio di Dio, consustanziale al Padre, conosceva la tempistica
del piano celeste che era venuto a realizzare facendosi uomo nel grembo verginale di sua madre.
Intanto?
Intanto si obbedisce!
L’obbedienza alla volontà di Dio passa attraverso l’obbedienza alla volontà degli uomini.
Dirò di più: si impara ad obbedire a Dio obbedendo ai propri genitori. Sono loro, i genitori, i primi
maestri di obbedienza. Così come furono i genitori, segnatamente Maria, ad insegnare a Gesù a
pregare.
L’Incarnazione si nasconde nella quotidianità e si rivela nei fatti ordinari della vita. Fu così per il
Signore; è così anche per noi. Dio ci sfida a riconoscerne i segni, per convertire la nostra storia in
storia di salvezza in atto.

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