Leggende di Bari: Befanì e la “Capa” del Turco

Abbiamo già raccontato come la città di Bari fu, per molti anni, sede di un emirato arabo ( http://www.apulianews.it/2018/09/06/storia-di-bari-quando-la-citta-era-un-emirato-arabo/ ).  Con la caduta, però, del regno mussulmano non terminarono le scorrerie saracene, come testimoniano alcune leggende tutte baresi. Visto anche il periodo, prossimo al Natale e all’Epifania, mettetevi comodi, vi racconteremo una “storia del caminetto”, quella di di Morte Befanì.

Da sempre la notte del cinque Gennaio arriva la Befana. In passato vi era l’usanza, da parte dei bambini, di porre vicino la finestra un piattino ricolmo  di dolcetti per ingraziarsi la Befana e far sì che lasciasse i migliori doni nelle loro calze o nelle scarpe e non il temuto carbone. Contemporaneamente però i bambini ne avevano timore, perché nello stesso periodo girava per le strade Morte Befanì.  In certe aree del Veneto  in Puglia la Befana è spesso distinta in due curiose figure. Da una parte la vecchia buona, dall’altra la terribile Morte Befanì. Secondo la credenza,  la notte tra il 5 e il 6 gennaio si aggirava per i vicoli di Bari Vecchia una strana figura, una sorta di “befana”, nota come “Morte Epifania”, munita di falce, con un treppiede capovolto in testa e tre candele accede, una per piede. Secondo la tradizione aveva una lista di chi sarebbe morto durante il nuovo anno e con un carbone segnava una croce nera davanti all’uscio di casa del futuro defunto. Durante il suo passaggio, in aggiunta, gli animali riuscivano a parlare. Ci sono molte leggende in merito. Si narra, ad esempio, di un povero contadino che, mentre trasportava le merci da un paese all’altro, una volta giunto a Bari, alla mezzanotte del 5 Gennaio, vide il suo cavallo parlare e scioccato morì dalla paura. Un’altra storia narra che un uomo, non credendo a queste fandonie, nella notte in cui Befanì andava in giro, volle fare una prova. Mentre mangiucchiava delle fave arrosto chiese al suo gatto se ne volesse qualcuna. Il gatto prontamente rispose “non ho i denti!”. Il contadino, pietrificato dal terrore, morì sul colpo. Tra le tante leggende però quella più antica vi è una legata alla Testa di Turco, un bassorilievo che si trova in via Quercia 10, a Bari Vecchia. La storia narra che un turco, per nulla intimorito, nel giorno del tabù, passeggiava per i vicoli della città sbeffeggiando i baresi che invece avevano paura. La Befana non tardò a mostrarsi, annunciata da un forte colpo di vento e dal sopraggiungere di nuvole nere. Si narra che al turco di gelò il sangue. Estrasse tremando la sua sciabola ma Befanì, digrignando i denti e pronunciando le parole “tremi tutto sbruffone”, con un colpo netto di falce mozzò la testa  del saraceno che così si conficcò nel muro del palazzo lì vicino. Il resto del corpo non si trovò più e secondo alcuni continua a girare, il sei di Gennaio, come fosse un fantasma. Si narra addirittura che l’edificio storico dove era schizzata la testa fu abbattuto e con esso la “capa” venne gettata in una discarica. Ebbene, pochi giorni dopo la testa di pietra riapparve nello stesso posto da dove era stata tolta al centro del nuovo architrave. Oggi la testa è ancora lì e, si dice, quando uno ci passa vicino deve farsi un segno di croce.  Curiose ed antiche storie. Facciamo qui una ipotesi, potrebbe essere il termine “Befanì” una corruzione di “Epifania”? Che Befanì sia da mettere in relazione con la “fine” delle feste e la loro “morte” metaforica?

Un vecchio proverbio dice:

“…A Pasqua Epifania

Tutte le feste prendono la loro via.

Risponde la Candelora:

Ci sono io ancora…”

 

Possono bastare queste storie a narrare la presenza storica degli arabi nella città di Barhu? No? Allora la prossima narrerà di Sant’Antonio e del Monastero scomparso.

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