IL PATTO DELLA CONCORDIA O DELLA DISCORDIA?

Il nuovo anno si apre con sfide vecchie: sono passati circa venti giorni dall’assemblea di Marrakech in cui ha avuto luogo la riunione dei Paesi membri delle Nazioni Unite per la firma dello U.N. Global Compact for safe, orderly and regular migration (Patto Globale delle Nazioni Unite per una migrazione sicura, ordinata e regolare). Il progetto era stato adottato con una Dichiarazione del 2016 a New York, a cui ha fatto seguito la stesura del testo nel luglio del 2018, firmato infine lo scorso 10 dicembre in Marocco.

Il Patto, molto discusso e generatore di non poche polemiche, si propone, come dice il suo stesso nome, la realizzazione o quantomeno il perseguimento di una migrazione all’insegna della sicurezza e della legalità.

Questo documento non vincola gli Stati firmatari; lo si può definire un atto di soft law in quanto consiste in linee guida che, come spiega la stessa ONU, propongono un approccio comune al fenomeno, evitando politiche frammentarie o addirittura totalmente contrastanti tra i vari Paesi membri; anzi, proprio partendo dal valori fondamentali quali la sovranità nazionale, la non discriminazione e la condivisione di responsabilità, il Patto ha parecchi e lungimiranti obiettivi, come: sfruttare tutti i benefici della migrazione, dividendone i rischi tra i Paesi di origine, transito e destinazione; eliminare o limitare gli ostacoli economico-strutturali che inducono i migranti a lasciare la madrepatria; sviluppare e utilizzare le potenzialità dei singoli per uno sviluppo umano, economico e culturale sostenibile ad ogni livello, da quello locale a quello globale. Questi sono solo alcuni dei 23 punti fissati nel Global Compact e sono fini davvero molto ambiziosi.

Tuttavia si pongono alcune questioni circa la realizzazione del Patto: si è parlato, ad esempio, di condivisione delle responsabilità e dunque ci si dovrebbe interrogare sulle reali capacità dei Paesi di ricezione di ospitare e mettere a frutto le potenzialità degli individui; si tratta di capacità al livello logistico, finanziario e di risorse umane non indifferenti. Un altro dubbio riguarda anche e soprattutto gli Stati di origine, che dovrebbero partecipare al processo di migrazione sicura ma che il più delle volte sono politicamente ed economicamente instabili, non potendo dunque garantire la collaborazione che ci si aspetterebbe dal Patto. In quest’ottica la forma non vincolante dell’atto è la più adeguata proprio per dare la possibilità ai Paesi di adeguarsi alle linee guida e magari cambiare idea rispetto alle decisioni prese.

In definitiva il Global Compact non è da bocciare tout court; è un accordo ambizioso, che avrà bisogno di parecchio tempo perchè si realizzi, giacchè richiede investimenti e cambiamenti, anche al livello culturale, che forse non tutti i Paesi oggi sono in grado di affrontare, dunque lo sviluppo di tale progetto dovrà avvenire quantomeno gradualmente; per cui non sono da criticare le scelte di alcuni Stati di non aderire al Patto, piuttosto si dovrebbero analizzare i motivi di queste decisioni in modo obiettivo, al di là delle diatribe politiche.

Solo con il dialogo e la collaborazione intergovernativa infatti si potranno superare le divergenze sul Patto Globale.

Adriana Fabrizio

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