BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO C Lc 3, 15-16. 21-22

Il tempo di Natale si conclude oggi con la solennità del Battesimo di Gesù, epifania che inaugura  la sua vita pubblica.
C’è subito da dire che le versioni riportate dagli evangelisti non sono concordi: per Luca e per
Marco, Dio parla direttamente al Figlio; Matteo, invece, immagina che Dio parli al popolo: per il
primo evangelista, dunque, la scena è una vera e propria epifania: il segno è accompagnato dalla
voce, la quale attesta che l’uomo chiamato Gesù, poco più che trentenne, è Dio, e a Lui si deve l’omaggio della fede. Del resto, Matteo, così sensibile, forse più degli altri, all’istanza universale del messaggio cristiano, coglie l’occasione per rivolgersi a tutti, soprattutto a coloro che vivono le periferie della società e della fede.
In quella landa deserta e solitaria, come i guadi del Giordano, lontana dalla capitale politica e
religiosa, terra di pagani, cioè gente malvista dalle autorità del Tempio, in quella regione nota
come Galilea delle genti, Dio parla non a Suo Figlio, ma parla di Suo Figlio, al mondo che non lo
conosce.
La pagina odierna, invece, attinta dall’opera di Luca, inquadra la vicenda all’interno della
relazione intratrinitaria , espressione che indica semplicemente che la Trinità al completo è all’opera e le tre Persone restano in contatto, si parlano, si sostengono e, nella loro reciproca interdipendenza, garantiscono la riuscita dell’intero progetto di salvezza.
Il caso dell’Incarnazione è forse l’esempio più significativo: dire che il Verbo è sceso dal Cielo e si è
incarnato nel seno della Vergine, non significa affermare che sia uscito dalla Trinità, sia venuto
giù dalle altezze ove abita l’Onnipotente, verso l’abisso profondo della terra. La fede inaugura un nuovo modo di intendere la realtà: concetti come alto e basso,  vicino e lontano, intimità e separazione, presenza e assenza, assumono significati differenti e paradossalmente si possono affermare contemporaneamente delle stesse verità. Certamente avrete sentito spesso i preti parlare di “già e non ancora”: è un’espressione tecnica, riferita ai sacramenti in particolare, con la quale si vuole affermare che la salvezza si attua, sì, nel sacramento, ma costituisce anche un appello alla vita, affinché ciascuno di noi realizzi ogni giorno questa salvezza, della quale, appunto, il sacramento è un anticipo, una primizia; l’Eucaristici ci consente di entrare in comunione con il Cristo, al tempo stesso ci provoca a costruire comunione tra noi. Sicché, quel drammatico
“Tutto è compiuto” che uscì come un sussurro dalle labbra del Signore morente, getta una luce – di giudizio? – sul “nulla è compiuto” della storia umana.
In questa opera di consacrazione del mondo , già realizzata per i meriti della passione di Cristo, ma ancora da completare attraverso la nostra collaborazione, non siamo soli: con noi è lo Spirito Santo.
E anche la Parola di Dio è con noi; perché anche di noi il Padre dichiara: “mi compiaccio di
te”. Questo compiacimento divino è l’attestazione di un affetto reale, presente, ma
contemporaneamente un compito, un mandato, una vocazione…Il Battesimo di Gesù costituisce dunque il mandato ufficiale che il Padre consegnò al Figlio, di annunciare il Vangelo, pagandone di persona tutto il prezzo: solo così, il figlio del falegname sarebbe diventato il Cristo.
Lo stesso vale per noi: ricevuto il Battesimo, ciascuno è chiamato a realizzare la propria vocazione
cristiana, incarnando giorno per giorno quella identità che Dio gli ha rivelato durante il cammino di iniziazione cristiana, ma che richiederà tutta la vita per acquistare senso compiuto
.
Già e non ancora!

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *