Curiosità di Bari: Sant’Antonio e la Leggenda del culto Scomparso

Siamo prossimi alla festività di Sant’Antonio, un santo il cui culto è fortemente radicato nella tradizione popolare e tra le genti contadine. Il 17 Gennaio, in concomitanza della festività dedicata all’eremita,  ovunque si teneva la festa degli animali che venivano strigliati, passati con lo spazzolone ed agghindati con nastrini colorati contro il malocchio e le malie. Quella sera, infatti, sarebbe passato il Santo per sapere come gli animali venissero trattati dai loro padroni e, a chi non si comportava bene con loro li segnava con l’herpes zoster. Il patronato sugli animali di Sant’Antonio Abate, in realtà, è una caratteristica che il santo ha acquisito dalla tradizione popolare e non è presente nell’agiografia dell’Anacoreta. Dalle fonti classiche sembrerebbe trasparire un forte distacco del Santo verso gli animali spesso confusi con il demonio. Un esempio potrebbe essere il passo che descrive un momento in cui in una grotta nel deserto dove risiedeva il Santo, “…vi irruppero demoni che avevano assunto diverse forme di bestie feroci e di rettili, e il posto si riempì subito di fantasmi di leoni, di orsi, di leopardi, di tori, di serpenti…” che cacciò imperterrito. Atanasio poi ripropone la “distanza” tra animali e Anacoreta quando, narrando un altro episodio della vita del santo, “…alcuni animali feroci, avvicinandosi a bere, provocarono danno di frequente al seminato e al terreno coltivato. Allora egli ne afferrò pian piano uno dei tre e disse…perché mi portate danno, mentre io non ve ne faccio?Andatevene via e nel nome del Signore non avvicinatevi mai più…”. Ecco che però la tradizione popolare fa trasformare il santo in protettore degli animali. Il tema sarà assorbito anche dalla religione ufficiale, come testimonierebbe la Benedictio equorum aliorumve animalium del rito Romano.

Egli è spesso raffigurato circondato da essi e tra i tanti, particolare importanza assume, nell’iconografia,  il maialino, tanto da dare addirittura un epiteto all’Anaconera conosciuto anche come Sant’Antuono “de lu purcelle”. E’ nella Antonianae Historiae del 1534 che troviamo per la prima volta un riferimento al porco. L’episodio narra che mentre il santo si trova a Barcellona viene raggiunto da una scrofa che aveva tra le fauci un piccolo porcellino zoppo e malato. Deposto davanti al santo in atto di preghiera, quasi a chieder la grazia per l’animaletto, l’animale viene guarito dal Santo con un segno della croce che, grazie a questo prodigio, converte tutta la città. Da allora egli viene raffigurato con ai piedi un maialino e ha assunto la protezione degli animali. Il patronato sarà assorbito anche dalla religione ufficiale, come testimonierebbe la Benedictio equorum aliorumve animalium del rito Romano. Non si può dimenticare poi l’usanza di affiggere, sull’ingresso delle stalle o dei dormitori degli animali, immagini e santini raffiguranti il santo raffigurato circondato da animali e con il fuoco in mano. Ci sono così tutta una serie di scongiuri popolari per la loro protezione presenti nel restro di antichi santini. Secondo alcune leggende popolari, inoltre, la notte del 17 gennaio gli animali acquisiscono la facoltà di parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio e si racconta di un contadino che, preso dalla curiosità di sentire le mucche parlare, morì per la paura. Un altro importante patronato del Santo è quello di Taumaturgo, in particolare verso l’Herpes Zoster. Le motivazioni secondo gli studiosi sono molteplici. La storia ricorda che i canonici di Sant’Antonio avevano ottenuto il permesso di allevare i maiali all’interno de centri abitati: il grasso di maiale era infatti utilizzato come emolliente per le piaghe provocate dal “fuoco di S. Antonio”, che l’ordine curava negli hospitii od ospedali che erano deputati a gestire. Secondo altri il tema del “fuoco” è legato, invece, alle “feste del fuoco” tipiche del mondo pagano. Nel momento in cui l’Inverno si fa più duro ecco che l’uomo tenta di esorcizzarlo riportando la “luce” sulla terra. Secondo l’idea primitiva di magia simpatica o imitativa, così come fuochi scaldano gli uomini, allo stesso modo il Sole deve tornare a riscaldare la terra. Se dunque una prima valenza dell’elemento igneo può essere quella terapeutico-sacrale legata alla malattia, macrocosmicamente questa “guarigione umana” viene trasposta a quella dei campi, la fiamma diventa così il fuoco rigeneratore della tradizione pagana e dunque ciò che rimane del fuoco del santo, le ceneri, devono esser raccolte  per poi spargerle nei campi e assicurare loro fertilità in un rituale dunque che riporta prepotentemente a quelle credenze pagane agro-pastorali. Un’altra interessante caratteristica legata alla festa del Santo è il tema della questua e dell’orgia alimentare. La Questua è in realtà il prologo dei festeggiamenti e dei banchetti che si svolgevano e tutt’ora svolgono, in numerose regioni d’Italia. Il termine deriverebbe dal latino questa, questuo, quaestus, quaerere, cioè chiedere. Qualche giorno prima del dì di festa, gruppi di uomini del paese andavano in giro di porta in porta a chieder cibarie che poi sarebbero servite ad allestire il banchetto in onore del Santo. La questua era di solito organizzata dai giovani ragazzi del paese e normalmente si presenta come più di una “richiesta”. Infatti diviene una vera e propria manifestazione folklorica, i questuanti vanno in giro di casa in casa cantando e suonando, in alcuni casi anche mettendo in opera una pantomima teatrale che narra gli episodi di vita tra Sant’Antonio e il Diavolo. Nella tradizione vi era l’obbligatorietà di donare qualcosa, in realtà, il rifiuto, non è un’offesa alla comunità privata dell’”apporto” di un suo membro, ma al santo stesso, in un alone di timore e riverenza che avvolge la figura indifferentemente in grado, come vedremo successivamente esaminando i patronati, di graziare o punire. Del resto il fatto che i doni fossero intesi non solo per il banchetto ma proprio come offerta all’Anacoreta è testimoniato proprio dall’usanza tra i questuanti di vestirsi da Sant’Antonio, “una persona vestita di camice, con barba di stoppa, mitra di carta, bordone con campanello, accompagnata da cantori e suonatori…” con tanto di campanello nelle mani del santo sempre pronto a tintinnare, un modo quasi per riproporre la vera presenza terrena del Santo. Particolarmente interessante è la tradizione del consumo del grano e la preparazione delle panette, i pani di Sant’Antonio “…nella festa del gran Santo, rivestito d’ampio manto, noi chiediamo con canto e suono, la panetta del patrono…”. Visto che però parliamo di Bari e del suo territorio chiediamoci se anche nella città fosse presente il culto del Santo e se ritroviamo gli elementi sin qui indicati. Se da piazza Mercantile prendiamo via re Manfredi, al termine della strada, tra ristoranti e pizzerie, troviamo u arche de sant Andè, ovvero l’arco di sant’Antonio, nei pressi del Fortino di Isabella d’Aragona. Era qui che gli animali venivano portati dai baresi per la benedizione. Il luogo scelto, ovvero la zona del fortino non era casuale. La torre come oggi la conosciamo è il rifacimento di una in pietra realizzata nel 1071 da Roberto il Guiscardo, che doveva poggiare direttamente sulla scogliera. Successivamente la costruzione, oggi nota come “fortino”, sarà ristrutturata nel 1440 da Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, principe di Taranto e duca di Bari, il cui stemma è ancora visibile sul portale. In realtà i baresi mal sopportavano questa figura tanto che, alla sua morte, distrussero il fortino dallo stesso costruito, poi recuperato e ricostruito da Isabella Bona Sforza. La tradizione popolare vuole che nei pressi della torre esistesse una chiesetta, datata XI-XII secolo,  nota come  chiesetta di San Nicola sul Porto. Lavori successivi da parte di Isabella d’Aragona prima e signori locali poi, andranno ad ampliare la struttura inglobando anche le la stessa cappella. Oggi i lavori di restauro hanno messo in luce i resti dell’edificio di culto visibile all’interno del fortino, una chiesa a croce greca di stile bizantino. Il fortino però, come abbiamo detto all’inizio,  era dedicato a Sant’Antonio, come testimoniato da una statua del santo che qui era conservata e dalla tradizione popolare della benedizione degli animali. Il rito si è svolto fino ai primi anni ’90. In passato si trattava di una grande festa. Centinaia di animali si raggruppavano nell’area, mentre i padroni festeggiavano l’evento consumando del vino e involtini di carne di cavallo ingurgitati “alla crudele”, ovvero con tutto il filo che, poi, veniva estratto dalla bocca. Solo in mattinata, ovvero dopo aver consumato un bel po’ di fichi d’india albini arrivava il prete che, per timore dell’eccessivo scompiglio, benediceva da lontano gli animali. Dopo era la vera festa, i padroni degli animali si recavano nelle osterie del borgo, da Calandrìidde, da Compar Beppe delle Travi, da Pizzillo dove, tra involtini di cavallo, paste e fagioli e panzerotti fritti conditi con sugna e ventresca,  si consumava abbondante vino fino a che non erano fatte a cciucce per giocarsi, gli ultimi trrìiss rimanenti al lotto: 4 il porco, 17 il Santo, 81 il campanello, 8 il fuoco e 20 il dì di festa.

Non mancava, in serata, i falò, i cosiddetti fuochi di gioia.  Come in diversi paesi del Sud Italia la festa era caratterizzata della “legna di Sant’Antonio” usata proprio per il falò rituale, sulla quale era usanza saltare su, cantando una curiosa filastrocca:

“…Sant’Antonio (o sant’Andrea dell’Avellino) fa star bene a Michelino

Michelino è ammalato è vuole la cioccolata

Cioccolata non ce n’è valla a prendere l caffè

Il caffè è chiuso

Infila il dito nella toppa (ma c’è una versione anche più volgare)…”

 

Periodi davvero molto lontani. Torniamo però al Fortino (fig.1) e al perché del suo legame con il santo eremita e dunque il perché del suo nome de sant Andè.

La tradizione sarebbe legata alla presenza di una chiesetta costruita, secondo una leggenda, su un isolotto oramai scomparso posizionato proprio di fronte alla torre-fortino, che fungeva, tra l’altro, da lebbrosario. Secondo la leggenda, la chiesetta sprofondò nel mare a causa di un sacrilegio compiuto dai saraceni. Quando questi infatti arrivarono sull’isolotto per depredare i beni della chiesa, una gigantesca onda ingoiò i musulmani e tutta l’isola, come raccontato dal Montella, nel suo meraviglioso libro “La chiesa sotto il Mare”. Torniamo però alle evidenze storiche. Sull’esistenza dell’isolotto e della chiesa ci sono opinioni incerte. Per alcuni non sarebbe neanche un elemento naturale. Agli inizi del X secolo, per evitare danni ai vascelli che si avvicinavano alla costa dove era nota la presenza di una secca,  oggi nota come “Monte Rosso”, i baresi posero una serie di massi sino a ricavare un isolotto artificiale, su cui, in seguito, venne realizzata una cappelletta dedicata al culto di Sant’Antonio Abate e forse anche un piccolo ospedale, successivamente scomparso a causa di un bradisismo. Una carta costiera, redatta tra il 1535 e il 1540 e conservata nella Bibliotheque Nationale de France, a Parigi, sembrerebbe confermare l’esistenza dell’isolotto, che ritroviamo successivamente in un’altra carta geografica datata 1680 e realizzata dallo stampatore Gerard van Keulen. In realtà, però, non ci troveremmo con gli anni della leggenda che lega tale costruzione alle scorrerie saracene. Probabilmente gli isolotti rappresentati sono altri e differenti da quello su cui sorgeva l’antica chiesa. Del monastero non sembra esserci traccia. Anche il ritrovamento, nel 2018, di un blocco lapideo datato III secolo a.C. non sembra garantire la sua esistenza, ma certamente la presenza, nell’area di isolotti ed aree colonizzate e successivamente scomparse a causa di assestamenti geologici. Eppure una reliquia che è testimone di questa storia c’è.

Se percorriamo le vie del centro storico di Bari, proprio nelle vicinanze del comando dei Carabinieri, troviamo una chiesa aperta, purtroppo, solo il Sabato e la Domenica. Si tratta della Chiesa di Sant’Anna, costruita in epoca medievale, intorno al Mille, lungo quella che era via Franchigena. Qui,  secondo una tradizione iniziata nel 1600 circa, ad opera dei veneziani, di cui abbiamo già parlato in merito alla festa della Vidua Vidue (LINK), era qui che si impartiva la   benedizione ai bambini. Forse per accostamento, in questa stessa chiesa, ogni 17 gennaio, si tiene anche la benedizione degli animali, questa volta sotto la protezione di Sant’Antonio Abate. E’ infatti in questa chiesa che,  secondo la credenza popolare, si conserva la Statua di sant’Antonio Abate, o meglio «Sant’Andè», per i baresi, proveniente da una cappella all’interno del Fortino e che la leggenda vuole salvatasi dal monastero di Monterosso (fig.2).

Leggende, favole, credenze…sta di fatto che ancora oggi i marinai narrano di sentire, in particolari giornate, il suono della campana del monastero. U Munde Russ e Sant’Antonio continuano a far parlare di loro.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *