II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – Gv 2, 1-11

Il miracolo dell’acqua mutata in vino durante un banchetto di nozze è uno dei più conosciuti, anche da parte di coloro che non hanno dimestichezza con il Vangelo. L’evento di Cana riscosse stupore, ma soprattutto gioia da parte dei convitati a nozze, a motivo della qualità veramente speciale del vino; l’evangelista non rivela se i presenti avessero colto la provenienza di quel vino; lo sapevano solo i servitori che avevano attinto.
Resta una domanda: era proprio il caso che Gesù si scomodasse a compiere un miracolo? Voglio dire: con tutte le emergenze di salute – una malattia, una morte prematura -, gli stati diffusi di grave necessità – una carestia, la siccità, la guerra -, un miracolo ordinato ‘semplicemente’ ad evitare che una festa finisca male non sembra un tantino superfluo, o, peggio, (un miracolo) sprecato? Il fine ce lo spiega l’evangelista in fine racconto: suscitare la fede degli Apostoli nel loro Maestro. Non è poi un dettaglio la precisazione che questo fu il primo dei miracoli, più precisamente, il primo dei segni compiuti da Gesù. Il termine ‘segno’ è meno compromettente e si può applicare a numerose situazioni, anche a quelle che non hanno a che vedere con i su enunciati casi di pericolo di morte.
Il primo insegnamento che ci portiamo a casa è legato proprio al fatto che verosimilmente
gli invitati non si erano neppure accorti dell’intervento di Gesù; ma ne avevano goduto ampiamente il frutto. Ecco, quando un impegno personale, una situazione, si concludono nel migliore dei modi, anzi meglio di quanto potessimo umanamente pensare e sperare, proviamo a rivolgere a Dio un pensiero di ringraziamento… Noi non possiamo sapere se il buon esito dipenda esclusivamente dal “fattore umano”, oppure ci sia anche lo zampino del Signore.
E se anche fosse che le cose sono andate bene perché siamo stati bravi, abbiamo un motivo di più per ringraziare il Buon Dio, il quale ci ha donato i carismi per affrontare l’impresa e portarla felicemente a compimento, tra cui l’ascolto.
Ce lo rivela ancora Giovanni evangelista riportando il breve discorso tra la Madre di Gesù e i servi: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela.”. Domanda:come si fa ad ascoltare la voce del Signore?
Risposta: la fede, quando è reale, desiderata, coltivata, favorita e vissuta, rende capaci di
riconoscere i segni della presenza di Dio, meglio ancora, la voce dello Spirito Santo, il quale, lo abbiamo sentito nella seconda lettura, suggerisce, suscita, perfeziona.
Non scoprire in noi la presenza efficace di Cristo è una mancanza di fede! E la fede in Cristo è il fine del segno miracoloso dell’acqua mutata in vino. A ragion veduta diciamo che non sono i miracoli a suscitare la fede, ma è la fede che compie miracoli. Vero! Ma questo caso è speciale: all’inizio della vita pubblica di Gesù, soprattutto all’inizio della relazione particolare che legava il Maestro di Nazareth ai Dodici, un gesto eclatante si imponeva, era necessario per colpirli al cuore, coglierli di sorpresa nella mente, mandarli in crisi, e obbligarli a decidere “con Lui o contro di Lui”.
E di altri gesti eclatanti ne sarebbero presto seguiti altri.
Siamo all’inizio di un nuovo anno: proviamo a lavorare sulla fede; rimettiamola al primoposto; non sacrifichiamola per niente e per nessuno.
E potrebbe capitare anche a noi di gioire per essa come a Cana.

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