IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – (Lc 4, 21-30)

La gente che ascoltava Gesù in sinagoga, cambiò progressivamente atteggiamento, man mano che il figlio di Giuseppe parlava: dalla meraviglia ammirata, allo sdegno, al furore omicida.
Del resto non c’è da stupirsi; accade sempre così: finché si parla, le parole lasciano il tempo che
trovano; siamo troppo abituati ai proclami di piazza dei nostri ‘amati’ politici, che rasentano spesso la demagogia. Ma quando le parole sono comprovate dai fatti, beh, allora non si può più
dire:“Sono solo parole!”. Ed è proprio così che Gesù ammaestra in nome di Dio il suo popolo ostinato e recalcitrante: dalle parole ai fatti: nel presente caso si tratta di fatti remoti, accaduti secoli prima, ma ancora vivi nella memoria collettiva. È verosimile pensare che gli Israeliti
non vi avessero dato una particolare interpretazione. La provvidenza di Dio non guarda in faccia nessuno: non bada al colore della pelle, all’appartenenza sociale o religiosa, alla ricchezza.
E così, quella povera vedova e il suo bambino erano stati miracolosamente premiati dal Cielo per la carità manifestata nei confronti del profeta Elia. Lo stesso, per il generale siriano, tale Naaman,
lebbroso, che aveva creduto alle parole di Eliseo, si era lavato sette volte nel Giordano ed era stato mondato dalla lebbra.
Fu l’ interpretazione data da Gesù a mandare i compaesani su tutte le furie; o forse, si trattava di una proiezione gratuita di ciò che avevano indebitamente dedotto dalle parole di Lui: in sostanza, la magnanimità di Dio si era rivelata a favore di quei pagani, non solo per la loro bontà e fede, ma
perché in Israele nessuno aveva mostrato la stessa bontà e la stessa fede!
Questa preferenza ostentata verso i non-circoncisi, non poteva essere accettata dai Nazaretani, e
neppure ascoltata! Il nazionalismo politico-religioso degli Ebrei era proverbiale. Gesù però la
proclama, attestando la misericordia che il Padre usa anche verso chi non lo conosce e non crede in Lui. L’intera vicenda terrena del Figlio di Dio è la storia di un uomo rifiutato dai suoi, perché ritenuto troppo diverso; mantenuto a distanza dai sacerdoti; messo a tacere dalla classe politica perché la sua franchezza, la sua santità, la sua coerenza di vita, erano a dir poco imbarazzanti e compromettevano i rapporti diplomatici tra Roma e la Provincia di Palestina.
Spendo una parola sulla seconda lettura, il famoso inno alla carità che san Paolo indirizza ai
cristiani di Corinto: lo sappiamo per esperienza personale: la carità non è una dote da bambini: è
una virtù per adulti maturi, così come la fede e la speranza.

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