V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – (Lc 5, 1-11)

Per ben due volte l’evangelista Luca sottolinea che la pesca miracolosa (quella di Pietro e soci) fu
oltremodo abbondante: le reti quasi si spezzavano; le barche quasi affondavano.
Il Signore non è avaro: il vino di Cana è offerto in quantità esagerata e qualità sopraffina; il pesce è
abbondantissimo; dei pani moltiplicati avanzano dodici ceste; soprattutto, il dono che Gesù fa di sé non conosce limite, è totale: spirito, mente, cuore, anima, corpo.
Ma è necessario porre la questione del senso di tutta questa abbondanza: le gioie della pesca miracolosa, saranno le gioie del ministero apostolico.
Detto senza mezzi termini: anche i frutti dell’evangelizzazione saranno straordinariamente abbondanti. Ma è necessario lasciare tutto e seguire il Signore! Non è possibile pretendere di avere tutto, quando non si è disponibili a lasciare tutto. Non si può pretendere di avere in dono la vita eterna, se non si è capaci di perdere la vita presente. “Lasciare tutto” include anche i nostri peccati, (tutto) ciò che impedisce l’incontro col Signore, che rallenta il cammino del Vangelo.
Le parole di Simon Pietro: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”, rivelano il
desiderio dell’apostolo di essere mondato; costituiscono un’ammissione di colpa e dunque
dispongono il Signore nel migliore dei modi verso quell’uomo dal cuore contrito e umiliato. Sembra che anche Giacomo e Giovanni abbiano seguito lo stesso esempio. Ed ecco il centro, il cuore del Vangelo di oggi. “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti.”: da queste parole emerge la fatica professionale, cui non corrisponde, spesso, il benché minimo risultato, o comunque un risultato apprezzabile.
Ma guardate come cambia la situazione non appena ci si fida di Dio e si accetta il Suo aiuto.
Naturalmente, quando si cede, per così dire, il timone a Lui, Dio conduce la barca a modo Suo e
nella direzione che vuole Lui, un modo e una direzione che non è detto coincidano con i nostri.
E Gesù lo dichiara apertamente: “Vi farò pescatori di uomini!”
La vocazione conserva certamente aspetti della vita passata – Pietro, Giacomo, Giovanni erano
pescatori, e pescatori sarebbero rimasti -, ma assume aspetti di novità inopinati e inopinabili: non è un dettaglio sentirsi dire che invece che pesci, da quel momento, avrebbero pescato uomini.
La condizione e il mestiere del pescatore, associati al ministero apostolico, illuminano alcuni
elementi intrinseci alla vocazione, particolarmente significativi.
Il Vangelo non dice che, dopo l’incontro con Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni non abbiano più
preso il largo con la barca e gettato le reti: al contrario, il quarto Evangelo racconta che, nei giorni
immediatamente successivi alla Risurrezione, Simone, Tommaso, Natanaele, Giacomo, Giovanni e
altri due discepoli si trovavano insieme sulla riva del lago di Tiberiade: Pietro disse:“Io vado a
pescare”. E gli altri andarono con lui… Allora uscirono con la barca, ma quella notte non presero
nulla. Quando già era l’alba Gesù si presentò loro, ma non lo riconobbero… Come vedete, la storia si ripete: questo nuovo prodigio solleva il gruppo dalla crisi in cui erano caduti all’indomani della morte del Signore e che si manifestava con la tentazione forte a ritornare alla vita passata,
quasi che la vicenda di Gesù non avesse lasciato in loro alcuna traccia. Nella personale esperienza di fede, sempre dovremo fronteggiare la tentazione di voltarci indietro, alla vita passata; era accaduto alle tribù che camminavano nel deserto, verso la Terra Promessa; ebbene, accadde anche agli Undici.
Un ultimo aspetto che il mestiere del pescatore evoca, è che i pesci non sono così inclini a farsi
pigliare nella rete. Il mestiere dell’evangelizzazione è un mestiere ingrato, specie ai giorni nostri. Ma mai scoraggiarsi, al timone c’è l’Amore puro.

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