Fuoriporta: I Misteri dell’Illuminismo Napoletano: La Farmacia degli Incurabili

Questo articolo è una virtuale prosecuzione di un mio precedente articolo sulla città di Napoli (  http://www.apulianews.it/2018/07/07/napoli-il-culto-delle-anime-pezzentelle/ ). Il Sedicesimo secolo, a Napoli, è un periodo ricchissimo di contraddizioni, che mostrano due lati della città, quello magico-misterioso e quello scientifico illuministico. Facciamo un passo avanti. Un luogo poco conosciuto napoletano,  ma di ineguagliabile bellezza, punto di incontro tra scienza e arte è certamente la Farmacia degli Incurabili, capolavoro del barocco-roccocò e, al tempo stesso, espressione scientifica dell’Illuminismo napoletano. Il complesso comprendeva, oltre l’oltre la famosa Farmacia, un Ospedale e la Chiesa di Santa Maria del Popolo, meravigliosa testimonianza del Settecento partenopeo. La Farmacia è divisa in due grandi ambienti, il primo simboleggiante l’alchimia, l’altro la farmacologia. Dappertutto sono nascosti bafometti e volti nascosti. a significare “una verità che non può essere svelata”. Al soffitto troviamo il dipinto di Pietro Bardellino che rappresenta Macaone, figlio di Ippocrate, che cura un soldato ferito, forse Menelao. E’ in questa sala che si riunivano, tra l’altro i massoni napoletani. In un misto tra chimica e alchemia, dunque, tra meravigliose maioliche, tele e raffigurazioni del Di Fiore come l’allegoria dell’utero virginale, tra vasi in ceramica decorati ecco che la contro-spezieria contiene ancora residui di prodotti farmaceutici misti a prodotti di origine minerale o dal mondo animale, mandibole, ossa, denti. Sotto l’impulso di ricerche sull’anatomia e fisiologia degli organi ecco che nasce un nuovo sguardo sulla formazione e l’assistenza al parto. Ecco così che in bella mostra, nella sala principale della farmacia, troviamo due sculture rappresentanti il parto. Da una parte quello naturale, dall’altra quello assistito attraverso il cesareo. Sono facilmente riconoscibili i punti di sutura e dunque l’immagine dei primi interventi chirurgici, frammisti però alla magia e superstizione. Ecco così che l’utero viene ritratto con un diavolo messo di traverso che, secondo l’idea popolare, impediva la normale uscita del feto.

 

Questo tempio della medicina segna la grande conquista della medicina, senza però ancora staccarsi completamente dalla superstizione e magia. E’ in questo ambiente, infatti, che troviamo, ad esempio, la famosa urna marmorea, realizzata da Crescenzio Trinchese,  contenente la famosa Teriaca o Triaca, l’immancabile «elixir di lunga vita», un rimedio che sarà venduto sino ai primi anni del Novecento basato sulla carne di vipera e decine di altre eterogenee sostanze, compreso l’oppio. Ne parleremo in seguito. Tra i fortissimi profumi di erbe antiche e miracolosi farmaci,  sciroppai, unzionari, medici, fisici e cerusici, ritiravano personalmente i prodotti dalla farmacia ed in particolare la citata Teriaca per poi venderle in tutta Europa. La Farmacia, infatti, fu, per molti secoli, punto di riferimento per il commercio dei medicinali destinati, più che altro, a nobili e regnanti.

 

La Famosa Teriaca

L’elisir dell’Immortalità è un tema da sempre presente nella storia alchemica del nostro paese. L’interesse per questo tema la troviamo in diversi documenti di Ruggero Bacone inviati al papa Clemente IV ove appunto si parlava dell’arte di “khem” e dell’elixir di longevità, è estranea a numerosi trattati di studiosi e alchimisti che si avvicinarono a questa disciplina sempre all’interno delle mura Vaticane. Pensiamo a Arnaldo da Villanova, medico di Bonifacio VIII,  o comunque ai francescani che si avvicinarono al pensiero baconiano dando luogo agli esiti da un lato farmacologici, dall’altro visionari e allegorici della ricerca alchemica. La ricerca dell’elixir di lunga vita non era per nulla osteggiata dal pensiero cristiano, anzi, ad esempio la condanna portata da Giovanni XXII agli alchimisti nel decretale ‘Spondent quas non exhibent’ non riguardava la ricerca dell’elixir, ma solo il problema della falsificazione dell’oro. Ecco perchè Giovanni da Rupescissa poté scrivere il suo “De consideratione quintae essentiae” nel carcere papale di Avignone senza che questo aggravasse la sua posizione. Questa ricerca del medicamento miracoloso non poteva mancare a Napoli. Si narra che la Teriaca nasce in Asia Minore, per volere di Mitride il Grande, ossessionato dalla paura di essere avvelenato. Sarà successivamente Nerone ad interessarsi alle proprietà miracolose di questo farmaco. Sarà così Andromaco il Vecchio, medico dell’Impero, a perfezionare la ricetta aggiungendo, ad esempio, la carne di vipera, ingrediente poi rimasto per secoli. L’elisir fu poi sempre più studiato e migliorato fino a quanto Galeno gli fece raggiungere più di sessanta ingredienti. Oggi ne conosciamo vari, la già citata carne di vipera femmina, catturata dopo il letargo invernale e proveniente dai Colli Euganei; oppio, cinnamomo, rabarbaro, mirra, balsamo orientale, gomma arabica, castoro, calcite e molto altro ancora. Panacea di tutti i mali, era usato contro l’avvelenamento, la febbre, l’emicrania, la pazzia, la dissenteria dissenteria. Il preparato poteva essere utilizzato per più di trent’anni, senza scadere mai. Come già detto la Farmacia degli Incurabili fu tra le principali produttori di Teriaca. Era conservata e venduta sotto forma di una mistura grassa in una enorme urna oggi ancora visibile.

 

Ancora all’inizio dell’Ottocento la produzione di Teriaca era affidata, al Real Istituto di Incoraggiamento alle Scienze Naturali di Napoli. Tra i saggi più noti dedicati a questo farmaco troviamo “Della Theriaca et del Mithridato libri due”, scritto nel 1572 dal medico e alchimista Bartolomeo Maranta. Ovviamente non mancano le citazioni popolari, così la Teriaca è citata  anche all’interno di una delle canzoni napoletane più note: ‘O Guarracino.

“Cinquanta muorte e duicient’ ferite

E n’ati vinte ‘mpericule ‘e vita

E ‘ll’autri jettero add’ò speziale

A piglià l’Acqua Turriacale”.

 

Raimondo di Sangro e la Massoneria “Napolitana”

La Farmacia non era però solo un luogo di cura e spezieria connessa alla composizione di farmaci curativi, ma fu infatti utilizzata dalla Massoneria per i suoi incontri.  Luigi d’Aquino, Raimondo Di Sangro, Giovanni Balsamo, visitarono sicuramente la Farmacia e parteciparono a riunioni massoniche in essa. Approfondiamo. Nella città settecentesca il fermento intellettuale era altissimo. Troviamo nomi come Francesco Serao, studioso di vulcanologia, il filosofo Alessio Mazzocchi, geni ed alchimisti come il principe Raimondo di Sangro, Casanova e Cagliostro, Montesquieu e Buffon.  Giusto un cenno sul Nella città sono vissuti diversi Principi di San Severo, ovvero esponenti della famiglia dei Di Sangro. Basta dare uno sguardo alla celeberrima cappella Sansevero, finemente decorata dai maggiori artisti dell’epoca moderna, per capire quanto questa famiglia fosse importante. Ma di tutti i Di Sangro il più vivo nella fantasia popolare è sicuramente Raimondo, un personaggio davvero sorprendente vissuto nel XVIII secolo e più precisamente tra il 17 10 e il 1771. Di lui si è detto che fu naturalista, filosofo, astronomo, poeta, scrittore, soldato, mecenate. Di certo questo ritratto si addice a una personalità poliedrica, ma non va dimenticato che nel Settecento le persone che possedevano interessi anche molto diversi tra loro non erano rare, specialmente all’interno della nobiltà. Raimondo di Sangro, però, aveva qualcosa in più; la sua passione per la natura non lo induceva alla sola speculazione teorica, ma a  praticare di persona ogni genere di esperimenti. Raimondo Di Sangro affermava di aver inventato una lampada perpetua; e qualcuno ritiene che avesse realizzato una carrozza che poteva muoversi per brevi tratti senza bisogno di cavalli. Molto probabilmente subì gli influssi di qualche corrente alchemica che gli diede modo di acquisire conoscenze profonde di magia e occultismo. Si narra che scoprì una sostanza misteriosa che sarebbe stata addirittura in grado di resuscitare i morti. La leggenda vuole che il principe organizzò  la propria morte per poter rinascere a nuova vita. Dopo aver ordinato ad un servo di fare a pezzi il suo cadavere e di riporlo in un baule, decise il momento della propria dipartita ed assunse la misteriosa sostanza. Il procedimento di risurrezione doveva infatti seguire tale macabro iter. Il corpo dei principe avrebbe dovuto rimanere nel baule per un certo periodo di tempo, dopodiché egli sarebbe tornato in vita. Ma i familiari del principe, venuti a sapere dell’esistenza del baule e credendo che in esso si celasse un favoloso tesoro, si fecero prendere dall’avidità. Di conseguenza, nonostante le proteste dei servitore che lo custodiva, il baule fu aperto anzitempo. Lo spettacolo che ne segui è degno di un film dell’orrore. li corpo del nobile napoletano uscì dal suo provvisorio sepolcro. Era di nuovo “vivo”, ma il processo di saldatura degli arti non aveva potuto completarsi, e il principe era divenuto una creatura orripilante e grottesca. In mezzo al terrore dei presenti, ciò che era stato Raimondo di Sangro urlò e si accasciò nuovamente nel baule, cadendo a pezzi. Di fatto, morì una seconda volta, definitivamente. Un altro celebre aneddoto riguarda la vicenda delle cosiddette macchine anatomiche. Ancora  oggi è possibile vedere questi strani e macabri oggetti nella già citata Cappella Sansevero a Napoli, qui sono custoditi gli “orridi armadi”, così chiamati perché al loro interno sono conservati  appunto due corpi umani a cui sembra essere stato tolto l’involucro corporeo,  I corpi sono composti dallo scheletro e dal groviglio inestricabile delle vene e dei capillari che avvolgo no le ossa come un reticolo fittissimo , queste erano conservate dal principe in un’apposita stanza del suo palazzo  chiamato “appartamento della fenice” ed oggi in quella cripta ovale, che don Raimondo aveva prevista imitante una grotta naturale, necessaria per la meditazione e poggiante su terra battuta, senza pavimentazione, per non alterare  le vibrazioni telluriche. La leggenda vuole che questi corpi appartenessero a due servitori di colore del principe Raimondo.

Il nobile sperimentò infatti su di loro un preparato speciale, un siero di sua invenzione che avrebbe dovuto pietrificare i due poveretti. Il risultato che ottenne fu di distruggere l’involucro esterno dei loro corpi; il sistema circolatorio venne letteralmente metallizzato. Si dice addirittura che il principe abbia compiuto questo esperimento mentre i due servitori erano ancora in vita, il che legittima l’opinione che il principe fosse una persona cinica e malvagia. Un vecchio testo cita l’episodio suddetto ricordando che alla pietrificazione dei corpi assistette anche un medico palermitano, Giuseppe Salerno, che molto probabilmente partecipò all’esecuzione dell’esperimento.

Torniamo però alla Massoneria. Come detto, sin dal ‘600 erano presenti vivaci logge dei liberi muratori. In un manoscritto, presente nella Biblioteca di Palermo, del Belmonte, massone siciliano, si legge che “…i liberi muratori sin dal tempo di Carlo III si erano introdotti a Napoli…”. E’ però nel 1744 che si inizia a parlare di Loggia, ed in particolare di due rami, uno più “borghese”, guidati da Zelaja, e uno più militare introdotto da Felice di Gazzolla. Successivamente un particolare rito si diffonde nella città, il rito Egizio, fondato, nel 1747, da Raimondo di Sangro e così radicato nella città tanto da essere chiamato “Massoneria Napolitana”. In figura troviamo l’emblema de la loggia perfetta Napolatana. In realtà la città aveva già numerosi richiami alla tradizione egizia, si parla di antichi culti isidei, una statua dedicata al Dio Nilo, chiamata anche “il Corpo di Napoli”, è presente nel centro storico, a testimoniare, già dal II-III secolo d.C. uno stretta rapporto con l’Antico Egitto.

Secondo una antica tradizione cui fa cenno il Buonoconto rifacendosi a studi del Capasso, il muro e la cappella sanseverina sarebbero sorti sulle rovine di un antico tempio di Iside. L’intera area sarebbe stata un piccolo tempio dedicato al culto isideo, del resto, la maggior parte delle sculture presenti nella Cappella sembra definirlo, troviamo diverse figure femminili, Fortuna, Fortezza, Sapienza, Fede, Astronomia, Matematica, ecc.. quasi tutte con “oggetti” simbolici come caducei, cornucopie, fiori, cuori, fiammelle, libri, compassi, genietti, …insomma figure e oggetti legati all’antico culto egizio. Sempre secondo alcune leggende, poi, sotto la cappella si trovava  un tempietto ottagonale retto da colonne nel quale era posto un particolare carillon  con grossi tasti che percossi con il pugno che riproducevano un miriade di suoni. Sempre qui si sarebbe trovata una vasca sacra per le abluzioni rituali e che era servita dal fiume Taglina che ancora scorrerrebbe sotto il tempio-cappella. In realtà a Napoli esistevano tre Logge, la Carafa, la Moncada la Di Sangro, quest’ultima però certamente la più numerosa e quella più strettamente legata al rito egizio e con affiliati i nomi più illustri del Regno. Da questa poi nascerà, nel 1747,  la ancora più esclusiva Rosa d’Ordine Magno legata al Rito Egizio Tradizionale.  Anche Cagliostro, come già detto, partecipò a questi incontri. Arrivò a Napoli alla fine del 1773 proveniente da Malta, sotto falso nome e, secondo alcuni studiosi, dopo aver trascorso due anni nella città, portò la Massoneria di rito egizio a Lione proclamandosi Gran Cofto. E’ però proprio tra gli ambienti alchemici, magici ed ermetici napoletani che apprese le antichissime tradizioni egizie e del famoso “segreto delle piramidi” di cui il Conte di Cagliostro si vantava di era detentore.

 

 

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