Curiosità di Bari: La tradizione del Carnevale e la Maschera di Zii Rocche

Il carnevale è una festa il cui elemento distintivo e caratterizzante del carnevale è l’uso del mascheramento e, spesso, la morte della “maschera” del luogo. Secondo molte interpretazioni la parola “carnevale” deriverebbe dal latino carnem levare, ovvero “eliminare la carne”,  poiché indicava che a breve sarebbe arrivato il periodo di astinenza e digiuno della Quaresima, ma non mancano ipotesi alternative come quella che vuole che il termine derivasse da carnualia, ovvero “giochi campagnoli”.  Secondo la tradizione popolare il Carnevale inizia il giorno di Sant’Antonio, ovvero il giorno 16+1 di Gennaio, visto che il 17 poteva portare male. I festeggiamenti avvengono normalmente  il Giovedì e il Martedì grasso, ossia l’ultimo giovedì e l’ultimo martedì prima dell’inizio della Quaresima. A Bari, verso la fine dell’Ottocento, era corso Vittorio Emanuele II che ospitava  lunghe file di carrozze con festose maschere che, tra la gente, lanciavano confetti, coriandoli e mazzetti di fiori. Via Sparano era invece riservata alle maschere a piedi. Il Giornale di Bari riportava come l’asfalto letteralmente  “spariva” sotto una spessa coltre di coriandoli. Se per i ricchi la festa si spostava,poi, nei veglioni tenuti al Teatro del Sedile o al Piccinni, per i meno abbienti, dopo la sfilata, ci si portava nella città vecchia per il funerale del Carnevale. Il giorno del Martedì Grasso il silenzio della mattina era rotto dalla “banda dei fichi secchi” che girava per le strade fermandosi dinnanzi alle case per raccimolare qualche soldo al grido di “ora vien la banda nostra, zzinnanà, zzinnannà”. Il nome dei “Fichi secchi” era legato al fatto che questi suonatori si accontentavano un po’ di tutto, anche di semi e fichi, ma soprattutto di tanto vino che chiedevano a “coppùn”, ovvero in debito, alle osterie, tanto che il capo banda era noto come Beppino Francobollo perché metteva bolli, ovvero debiti, ovunque.

A differenza della maggior parte delle feste che hanno una tradizione pagana, successivamente assorbite dalla religione cristiana e da essa trasformate, il Carnevale ha mantenuto il suo spirito tipicamente pagano che fortemente riecheggia tra le danza e le grida di gioia. La festa ben si inserisce in quell’insieme di rituali che caratterizzano quelli dedicati al Dio Vegetazionale, ovvero atti ad assicurare fertilità e prosperità ai campi. Il sacrificio della maschera altro non è che la morte del dio vegetazionale che solo così potrà risorgere e assicurare fertilità. Ne sarebbero esempio tutti i rituali di smembramento tipici delle divinità agricole e molti racconti di miti e leggende. Molti studiosi fanno risalire la festività alle tradizioni dei Saturnali romani ma anche questi stessi hanno come origine le antichissime feste primitive di fertilità e ricchezza dei campi. Del resto i Saturnali furono le feste latine più antiche dell’ Impero Romano, dedicate alla semina e all’antico dio Saturno da cui prendono il nome. Nei poemi omerici Enea, dopo la distruzione di Troia, si imbarca verso occidente alla ricerca della nuova terra e, dopo varie vicende,  approda alla foci del Tevere dove le sue navi saranno trasformate da Cibale in ninfe per indicare all’eroe la fine del suo viaggio. E’ qui che Enea incontrerà le popolazioni autoctone adoratrici di Saturno, il dio del Ciclo stagionale, della spontaneità e fertilità della terra. Lo stesso nome del dio deriverebbe dal latino serere, cioè  “seminare” o sata, “campi seminati”. Dai sacrifici umani effettuati durante i Saturnali deriveranno tradizioni popolari ancora oggi espletate come la “Morte di Carnevale”. Moltissime sono le tradizioni europee in merito. In Slovenia ad esempio il martedì grasso è usanza trascinare un fantoccio di paglia su e giù per il villaggio per poi buttarlo nell’acqua o bruciarlo per poi dedurre dall’altezza delle fiamme l’abbondanza del raccolto. In Italia moltissime sono le tradizioni popolari e le feste ove si celebra la morte dello spirito arboreo. A Frosinone vi è la festa della Radica, qui viene allestito un enorme carro tirato da quattro cavalli sul quale siede Carnevale. La folla ondeggiando intorno al carro dava sfogo ai suoi sentimenti con canti e danze per poi bruciare il fantoccio in piazza. Negli Abruzzi invece il carnevale è spesso rappresentato da un uomo vivente riposto in una bara mentre in moltissimi paesini pugliesi, tra cui il famoso Putignano, il martedì grasso si tiene il funerale di Carnevale la cui bara è accompagnata da un vero e proprio corteo funebre di donne che piangono e si lamentano. In Puglia la figura di Carnevale ha nomi diversi a seconda dei luoghi. A Manfredonia c’è  Ze Peppe, un allegro contadino che arriva in città per spassarsela coi sipontini, ma siccome finisce con l’esagerare, prende una brutta broncopolmonite e muore. Il nome di Carnevale è Lu Paulinu a Martignano, mentre Farinella è il re di Putignano. Il borgo di Massafra ha addirittura due maschere,  Gibergallo e Lu pagghiuse. A Gallipoli troviamo Lu Titoru, la cui tradizione vuole morto da polpette mangiate troppo voracemente. La caratteristica della voracità è presente anche a Corato, dove il nome della maschera, Ù panzòne, già dice tutto. A Gravina il nome  diventa “Giovanni”, sposato con la sua moglie detta “Quaresima”.  Anche se dimenticata, anche Bari aveva la sua maschera e il suo “Carnevale”. Si tratta, in realtà, di un’usanza piuttosto recente che affonda le sue radici negli anni 60 ma che sicuramente riporta a tradizioni moto più antiche. La figura simbolo era “Zii Rocche” un fantoccio che in passato era portato a spalla da donne travestite da uomini e viceversa, seguiti da ragazzi che portavano “u chescine” di fiori in vaso da notte, il meglio noto “prise”.  La maschera, raffigurante un contadino zoticone o, in altri casi un operaio metalmeccanico, era caratterizzata da alcuni elementi particolari, tra le sue gambe veniva apposta un’enorme carota, in dialetto la “bastenéche”, segno di virilità e fertilità. La figura era seguita da cori licenziosi e dalla moglie disperata che, stringendo un asciugamano intriso d’acqua che di tanto in tanto strizzava,  piangendo il morto ripeteva “Ah, Rocche, Rocche, e mmò ce l’av à chiatà la bastenàche?” e la fatidica risposta del gruppo “O la chiànda tu o la chiàndo io, O in gasa tua o in gasa mio” ovvero “o la pianti tu, o la pianto io, o in casa tua o in casa mia”. La storia infatti vuole che Rocco morisse di crepacuore a causa dei continui tradimenti della moglie, la Pacchianedde, da qui la messa in scena del funerale. La donna era spesso personificata da un robusto portuale con la faccia arrappàte, ovvero, aggrinzita, in parrucca  che, fra false lacrime, invocava il suo Rocche. Faceva parte del corteo anche un finto prete che salmodiando in dialetto e farfugliando parolacce, aspergeva la salma attingendo acqua da dentro un orinale per mezzo di uno scopino da prise.  Il carro funebre, elemento principale del rito del funerale, era addobbato con verdure e fiori, ovvero con l’elemento vegetazionale. Su questo, dopo la sfilata, veniva caricato Rocche, sempre però con la “Bastinachè in evidenza. Il richiamo ai culti e soprattutto all’immagine osiridea è fortissimo. Dopo aver percorso le vie della città vecchia il fantoccio riceveva la benedizione in piazza Mercantile, consistente in una spruzzata d’acqua attinta da un pitale che nu scùbbue. Infine veniva bruciato e distrutto tra le fiamme di un falò allestito tradizionalmente davanti all’Arco Alto o in largo Albicocca. Secondo altri racconti il fantoccio veniva gettato in un fossato sito proprio dove oggi si troverebbe il Teatro Piccinni.

Spesso il momento era salutato da un canto popolare

“…Carnevale è un pomodoro

La moglie è un’imbrogliona

Le piacevano i ceci cotti

Carnevale se ne morì.

Evviva evviva Carnevale

Carnevale non te ne andare

Ti abbiamo fatto un bel cappello

In ogni punto un involtino

Viva viva Carnevale…”.

 

La festa fu celebrata almeno fino agli anni ’40, poi se ne sono perse un po’ le tracce. In realtà il Carnevale barese doveva essere molto più complesso e ricco di maschere. Antonio Nitti di Vito, poeta e demologo barese, vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, citava, in un articolo apparso su  «La Gazzetta di Puglia del 1923, tre maschere, “Varvecole”, “Cacciatòre”, “Marange”. Il primo era un goffo personaggio vestito con una maglia indossata all’incontrario, un cappuccio e una bisaccia contenente confetti che offriva alle ragazze. “U Cacciatòre” era invece una sorta di “trickster”, armato di uno fucile, prendeva di mira le persone fino a farsi offrire sigarette o filtri. Aggiungiamo un po’ di pepe. Secondo alcuni studiosi la prima e vera maschera barese, addirittura settecentesca,  era “Marcoffie”. Secondo Michele Fanelli, studioso locale, nei suoi volumi de U settane e Suse Mmenze Abbasce riferisce che la maschera di Marcoffie è citata dagli storici Francesco Saverio Abbrescia e Antonio Beatillo. Il primo lo descrive mentre riporta alla luce una antica fiaba pugliese, la storia della Luna e del suo re, Marcoffie appunto,  nella “Bergenèdde ca scènne da la Lune” in Rime Italiane e Baresi, a cura di Antonio Dentamaro. Definisce la maschera barese Marcoffie “leggendario abitatore della Luna, che ogni popolano barese crede effigiato nei chiaroscuri del luminoso disco della notte”. “‘Marcoffie’, un leggendario abitatore della Luna, mezzo cieco ‘Marcoffie u cecatìidde’, con occhi cisposi, lerci ‘ecchie scesciàte’ che ogni popolano barese crede effigiato nei chiaroscuri del chiaro disco della notte”. Nella Rassegna Pugliese del 18 Aprile del 1887 viene citato come il “pulcinella barese” e anche nella Rivista italiana di letteratura dialettale del 1930. Sempre Fanelli scrive che Marcoffie “è raffigurato con un vestito bianco e rosso, con un bastone e tre palle che fanno riferimento al suo essere giocoliere, con nastri e nastrini che sono contro la scaramanzia”. Lo collega, inoltre, alla figura di San Nicola, in cui il bastone rappresenterebbe il pastorale e le palle le tre sfere, elementi iconografici del Santo di Myra. Molte ipotesi, poche certezze: su questa presunta maschera e la sua esistenza, il dibattito è davvero acceso. C’è gente che giura che non sia mai esistita e, come capita spesso a Bari, su questi argomenti si consumano infiniti dibattiti e “chiacchiere”. Come dite? Volete la ricetta anche di queste? Accontentati.

un chilo di farina

cento grammi di zucchero

cento grammi di burro

quindici grammi di sale

quattro o cinque uova

Si realizza l’impasto  aggiungendo un bicchierino di cognàc e, dopo averlo lavorato, lo si lascia riposare per un’oretta. Si stende così la pasta cresciuta con il  matterello realizzando una sfoglia dello spessore di circa due millimetri bucherellandola qui e lì. Si taglia la sfoglia a forma di rettangoli, e questi pezzi si fanno friggere in abbondante olio bollente e, dopo averle fatte raffreddare si cospargono di cannella e zucchero a velo. Buon Carnevale!!

 

 

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