VIII DOMENICA T. O. Lc 6, 39-45

Il Vangelo di oggi, segue quello delle beatitudini e del perdono.
Si tratta di un unico grande discorso, articolato e complesso, che la liturgia sintetizza in
pillole, una per ogni domenica. All’interno di esso, tra i brevi “detti” del Signore, si trova
quello della trave nell’occhio.
.
Questa breve parabola, con la quale il Messia mostra anche una buona dose di
houmor, è un modo elegante di parlare dell’ipocrisia, il vizio particolarmente diffuso di censurare gli altri, su difetti e peccati – la cosiddetta pagliuzza – che gli stessi censori possiedono e
commettono, in forma addirittura più grave -la trave.
Nella Grecia classica, l’ipocrita era l’attore di teatro, il quale saliva sul palcoscenico per
recitare una parte e, al termine, ne smetteva i panni, per rivestire i suoi e tornare ad essere
se stesso.
Contro gli ipocriti, che prima o poi si rivelano per quello che sono, viene spontanea
l’apostrofe: “Senti chi parla! da che pulpito viene la predica!”:un’espressione che allude
agli ambienti clericali, ove, non di rado, si predica bene, ma si razzola male
.
L’ipocrisia è una sorta di menzogna su di sé, di millantato credito.
Viene da chiedersi:chi controlla i controllori?. Nel Vangelo di questa domenica, Gesù sta pensando ai sommi sacerdoti, agli scribi, ai capi del popolo, persone apparentemente rispettabili, che
detengono appunto un’autorità religiosa esercitano un potere politico, ma non sono degni
dell’autorità che hanno ricevuto e gestiscono il potere a proprio vantaggio.
Il Signore li chiama ipocriti, e non a caso.
Ma la parabola della trave e della pagliuzza credo insegni qualcosa anche a coloro
che criticano e basta, senza necessariamente essere ipocriti, cioè senza essere colpevoli
del peccato che rinvengono e biasimano negli altri. La questione della critica, del giudizio sugli errori altrui rientra nella riflessione più ampia sulla misericordia: un cristiano che si abbandona facilmente alla critica, pecca gravemente contro Dio e contro il prossimo.
La Lettera di san Giacomo è molto chiara al riguardo. Alla tentazione di criticare se ne aggiunge, infatti, un’altra, non meno insidiosa: la convinzione che si debba dire tutto, sempre e comunque,
in nome della verità…In base a tale convinzione, erronea, evitare le critiche, quando sono fondate, sarebbe una sorta di reticenza. In altri termini, criticare in nome della verità è l’atteggiamento tipico di chi pensa di dover sempre dire tutto ciò che sa sul conto di una persona, anche quando è
prevedibile che la divulgazione di tali notizie getterà il discredito su quella persona.
Tutt’al più, questa obbiezione alla virtù della discrezione si può, anzi, si deve invocare in
contesti particolari, quali quello giudiziario-processuale, ove si testimonia sotto giuramento.
Altra cosa, quando si sta in compagnia di amici, e sembra che il passatempo preferito – e il
peccato più diffuso! – sia quello di tagliare i panni addosso agli assenti…Sapete cosa fa più male? sentir dire: “…e cosa vuoi che sia? in fondo si sta solo (s)parlando!…”;ebbene, a costoro, il Vangelo di oggi ribatte:“L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene: l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.”

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