Fuoriporta: Il Carnevale di Palo del Colle e il rituale del Viccio

Un’altra interessante tradizione carnevalesca del barese è il Palio del Viccio che si tiene nel comune di Palo del Colle il martedì che precede le ceneri. Si tratta di un torneo a cavallo che si svolge lungo l’attuale corso Garibaldi. Tra due balconi viene tesa una corda da cui pende una vescica piena d’acqua rappresentante, appunto, il viccio, termine locale per indicare il tacchino. I cavalieri si cimentano, a turno, nel cercare di centrare, con un’asta, la sacca che costituisce il trofeo del vincitore.

Ogni rione mette in gara un cavallo e un cavaliere che devono dunque aggiudicarsi il “tacchino”. L’operazione non è assolutamente agevole,  infatti il corso è in salita e per i cavalli non è facile reggere l’equilibrio del fantino. Il vincitore porta così il trionfo del rione per un anno e ha in dono un tacchino che per tradizione viene mangiato la sera da tutta la scuderia. Alla fine del palio, il paese si riversa in piazza per la sfilata dei carri allegorici con seguente premiazione e alla fine serata danzante. La gara è molto simile a quella che si tiene, sempre durante le festività di carnevale, ad Oristano. Si tratta, in questo caso, della famosa Sartiglia, una giostra equestre ove il popolo, durante la dominazione degli Aragonesi, poteva per l’unica volta mostrare un proprio sovrano, chiamato “Cumponidori”. Il compito del re, proprio come quello del Campione del Viccio, è quello di centrare, con una spada o con un’asta lignea un foro di soli 3 cm di diametro presente su di una stella posizionata di fronte al Duomo. Subito dopo ci proveranno anche altri cavalieri che allo stesso modo indosseranno la maschera androgina. L’impresa non è facilissima date le dimensioni del foro e la velocità dei cavalli al galoppo. In entrambi i casi si tratta di tradizioni folkloriche e tradizioni popolari-contadine legate alla fertilità agreste. Tornando al Palio del Viccio, il primo riferimento si ritrova in un documento del 1546 dell’Università di Palo, in cui si fa riferimento al “Palio detto di S. Luca. Un’altra tradizione vorrebbe che il palio avesse origine, nel 1477, quando il duca Sforza Maria, in visita a Palo del Colle, assistette a una dimostrazione dei cavalieri della guardia locale. Per altri invece sarebbe concomitante all’introduzione, sempre da parte della Sforza prima e Ludovico il Moro poi, di un importante allevamento di cavalli in contrada Auricarro. Secondo il Birardi è in tale allevamento che la corsa del “viccio” affonda certamente le sue radici. Siamo sicuri sia davvero così?

Secondo il Polito, è già Plinio il vecchio nella sua Naturalis historia, che parla dei “ludi qui fiebant more Palensium”, ovvero i giochi che si svolgevano secondo la tradizione dei Palesi.

Molti antropologi come il Frazer o il Toschi inseriscono, correttamente, questo rituale in quelli legati alla fertilità e alla morte dello spirito delle messi. Il legame, dunque, con la mitizzata figura di “Carnevale” si dipana. Il gallo altro non è che espressione della burlesca figura di Carnevale che viene notoriamente pubblicamente ucciso, fucilato, impiccato bruciato etc… Sono i prolegomeni dei rituali agrari di purificazione e propiziazione che seguono le feste del fuoco di Gennaio. Approfondiamo. L’uomo dei primordi era fondamentalmente cacciatore e raccoglitore dunque la sua vita era strettamente correlata a quei cicli naturali per i quali da sempre ha mostrato interesse. Conoscere i loro segreti non significa dominare la natura ma esserne parte integrante, entrare in perfetta sintonia con la Grande Madre e crescere prosperando con lei. All’inizio è il bosco  con i suoi frutti a dare sostentamento al primitivo che, proprio per questo, vede in esso e negli stessi animali che vi abitano una sorta di divinità androgina e immanente che lo governa. Successivamente nel Neolitico le popolazioni mediterranee, dedite alla caccia, entrano in contatto con popoli asiatico-orientali già agricoltori. Avviene così una grande trasformazione culturale, l’uomo comincia a produrre frutti e ortaggi e intuisce che la terra non è sempre fertile, ma lo diventa solo quando è resa tale da quello che poi sarà definito il principio maschile. In quasi tutte le mitologie la divinità maschile subisce un ciclo di morte e di resurrezione che da sempre è stato associato al ciclo solare o alla sparizione e ricomparsa della vegetazione. Il ciclo di morte e resurrezione della divinità, dunque, è, in realtà, espressione del ciclo naturale dei campi, con la loro semina, crescita e morte. Dunque è la morte stessa del dio ad assicurare la rinascita. Nel caso del palio del viccio, protagonista indiscusso è, appunto, il tacchino. Il già citato Frazer, nel suo “Ramo d’Oro”, spiega come il gallo sia una delle molteplici incarnazioni animali dello spirito del grano. Ci descrive come in molti paesi, ad esempio, era usanza nascondere un gallo nell’ultimo covone e il mietitore che lo riusciva ad alzare aveva il diritto di tenersi l’animale o ancora di portare davanti al carro delle messi la raffigurazione di quest’ultimo, fino all’usanza più cruenta di attaccare un gallo vivo ad una ghirlanda di fiori posta poi sul capo della donna che comandava le mietitrici durante la raccolta nei campi. Queste tradizioni sono ancora presenti in Germania dove, appunto, viene data la “caccia al gallo”, in Ungheria o Polonia. Stessa cosa dicasi per l’Italia. In Piemonte, ad esempio, il gallo, era sostituito con la quaglia alla quale si dava una spasmodica caccia tra i campi coltivati e la tradizione voleva che quando un contadino finiva di mietere il suo campo “mandava la quaglia” in quello vicino fino alla fine della mietitura del villaggio. Tradizione simile è presente a A Tonca, dove l’ultima domenica di Carnevale, gli abitanti “…Ingrassano un tacchino e l’ultima domenica di Carnevale gli fanno la festa… ammazzandolo…il tacchino viene portato solennemente in piazza sopra un carro adorno di frasche, trainato dalle tre migliori coppie di buoi del paese…Il pitu viene legato con la testa penzoloni al palo appositamente eretto, ed al segnale convenuto, ad uno ad uno, i cavalieri che si sono assembrati allo sbocco della piazza, prendono la rincorsa, galoppando si avvicinano al palo, menano un gran colpo di bastone sul collo del povero animale…”[1].

Il sacrificio del gallo non è l’unico esempio di rappresentazione della morte del dio sotto forma animale, tradizioni simili le ritroviamo riguardanti  lepri, tori o buoi. Il Mannhardt, nei suoi studi, ha descritto quello che nell’antica Grecia veniva definita la  Bouphonia, “l’assassinio del bove”, sul cui altare, poi, venivano posti dei pani e focacce di grano e orzo. L’animale, dunque, non è solo elemento sacrificale ma esso stesso è rappresentazione della divinità che deve morire per poter risorgere. Ricorda un po’ il tema della Pasqua, vero? Ne parleremo.

[1] G.B. Bronzini, Origini ritualistiche delle forme drammatiche popolari, Bari 1972

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