IV DOMENICA DI QUARESIMA Lc 15, 1-3.11-32

La parabola del “Padre misericordioso”, già nota come “del figliol prodigo” è una lezione magistrale e perenne di vita perché, esprimendo l’essenza di Dio, Padre misericordioso, dice tutta la cifra del Vangelo.
La scelta di questo padre “speciale” di liquidare il figlio minore, assecondando le sue pretese,
rappresenta una soluzione interessante; un genitore che voglia evitare litigi tra i figli, dopo la
propria morte, può decidere di affrontare la questione della successione in vita, contribuendo così di persona alla salvaguardia dell’unità e della pace familiare.
Senonché, il figlio minore si rivela egoista, scriteriato e incosciente, il classico figlio-di-papà; e
come spesso capita ai figli-di-papà, quando ereditano una fortuna, il denaro dà alla testa, fa perdere il ben dell’intelletto e in pochi mesi l’intero patrimonio evapora.
È giocoforza, che, finiti i soldi, il frescone si vede obbligato a tornare a casa. È un fatto evidente
che, a piegare il figlio prodigo a più miti consigli, fu un destino crudele, il quale, sappiamo, non guarda in faccia nessuno.
L’indigenza è umiliante: non avere niente da mangiare, dipendere da un padrone prepotente e violento. Lo sanno bene quelle migliaia di uomini ridotti in schiavitù, condannati ai lavori forzati nelle piantagioni di pomodori, con un salario da fame, senza contratto, né contributi, vittime del
caporalato.
Non vi sembri una divagazione strumentale, o gratuita: il Vangelo ci dice che quel ragazzo era
migrato in un paese lontano. Dunque, la causa del lavoro nero c’entra eccome se c’entra!
Ma il protagonista della parabola non è il figlio prodigo – ecco il perché del nuovo titolo -;
il vero protagonista è il padre. Non a caso il racconto segue altre due pericopi brevi,  rispettivamente della pecora smarrita e della moneta perduta; le tre parabole sottolineano la
misericordia e la magnanimità di un pastore, di una casalinga e di un papà.
San Luca ama stabilire curiose relazione tra verbi: in questo caso, perdere/ritrovare e morire/tornare in vita. Inevitabile il riferimento alla morte e risurrezione del Signore, un riferimento già insinuato nell’episodio della perdita e ritrovamento nel Tempio di Gesù dodicenne (cfr. 2,31ss.). Il tema del perdono è trattato in modo del tutto nuovo, talmente nuovo che lascia spiazzati… Il perdono è una festa!
Nella mente e nel cuore dello scrittore ispirato non c’è più traccia di dolore, vergogna, orgoglio
ferito, che si respiravano invece in alcune pagine dell’Antico Testamento. E invece, fatica, dolore, vergogna ancora scoraggiano molti fedeli dall’accostarsi al confessionale, per celebrare in forma sacramentale, cioè efficace, il perdono di Dio; sottolineo, “efficace”, non per volontà della Chiesa, ma per esplicita volontà di Cristo.
Ho pensato di utilizzare gli ultimi istanti a disposizione per sottolineare ancora la novità della
prospettiva sulla riconciliazione, inaugurata dal Vangelo.
Pensate al comportamento del padre, così diverso da come se l’aspettava il ragazzo: costui aveva in testa il suo errore, soltanto il suo errore, un errore gravissimo, un errore irreparabile. Non si attendeva alcuna misericordia, disposto addirittura a rinunciare al rango di figlio.
Si sarebbe accontentato del salario dello schiavo: una razione di cibo e un giaciglio, le cose che in quel momento gli mancavano.
Ma Dio è Padre e sa sorprendere, sempre. Nessun peccato è tanto grave da compromettere  irrimediabilmente la vita presente e soprattutto quella futura.
Laddove c’è pentimento sincero, il perdono di Dio guarisce! Sempre!

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