La Tradizione di San Giuseppe a Bari

Il 19 marzo è la Festa di San Giuseppe, una festività religiosa si intreccia con riti pagani di fertilità e procreazione. la festa coincide con la fine dell’inverno e così si accendono i falò rappresentazione del nuovo calore e della luce che si fa più forte. In passato la tradizione degli altari di San Giuseppe era molto diffusa a Bari e in tutta la Puglia. Nel borgo antico le donne friggevano zeppole e frittelle, i prodotti tipici di questa ricorrenza. Venditori ambulanti le vendevano per le strade in una cassettina appesa al collo, insieme a lupini, ceci, semi di zucca ed altri prodotti della terra.

In passato era abitudine preparare il banchetto o “invito di San Giuseppe”, tradizione che vuole le tavole del paese imbandite con ogni bene, proprio ad rappresentare l’abbondanza, e il pane benedetto.

Questi banchetti deriverebbero dall’ospitalità che la Sacra Famiglia ricevette durante la sua fuga dall’Egitto mentre cercava di sfuggire ad Erode. Alimento tipico della festività sono i legumi e il famoso “pane di San Giuseppe”, un alimento che rende la festa un ponte tra le precedenti e le feste del “grano” dedicate al risveglio di Persefone. La festa del santo, come detto, si sovrappone così, acquisendone le caratteristiche, alle feste pagane per l’arrivo della primavera e dei rituali per propiziare un buon raccolto. Sarebbe questo il ricordo della Dea dei Cereali, le cui prime tracce troviamo nella lontana Creta ove,  per indicare le specie di grano si usava proprio la parola “Deai”, la cui etimologia ci ricorda senza alcun dubbio il nome della divinità.

Tradizioni simili le troviamo presso i romani durante i festeggiamenti per Persefone e Kore, metafora del ritorno della natura, festeggiate durante i Cerealia, feste agricole ove folle festose eran uso lanciare noci, grano e dolci sulla processione in onore della Dea. Era così in onore della Madre del grano che venivano offerti cereali, pani, in una tradizione poi riassorbita da varie festività cristiane come appunto San Giuseppe.

La pagnotta diventa una vera e propria reliquia, in alcune tradizioni viene sbriciolata nei campi per assicurare fecondità, in altri casi nel caso di fortunali i marinai la gettano nelle acque per calmare le tempeste, molto più comunemente è utilizzata come cibo benedetto, un modo di assorbire quella scintilla di divino che è racchiusa nell’alimento. Della stessa matrice sono le frittelle o  zeppole, il tipico dolce della festa (Vedi Ricetta).

Anche in questo caso per dare una spiegazione al rituali pagano della “ciambella” ecco che viene introdotta la leggenda che pur di guadagnare qualcosa, proprio durante la fuga in Egitto San Giuseppe avesse fatto anche il venditore di frittelle, da cui il nomignolo popolare di “San Giuseppe frittellaio”. Come abbiamo già detto, però, la festività del Santo nasconde un substrato di festa del fuoco primaverile, e così ecco che un ruolo importantissimo lo svolge l’accensione del fuoco apotropaico, i falò di gioia che riscaldano la buia notte invernale.

L’usanza del sacro pane è presente su tutto il territorio nazionale, soprattutto nel Centro Sud. Venivano, e nei piccoli centri vengono ancora allestiti banchetti ed altarini, chiamati in vari modi a seconda del paese, costituiti da assi di legno disposte a tre o cinque gradini addobbati con fiori, frutta e ricolmi di pani.

Esso è dunque un banchetto ma anche un altare, in una mistica commistione di immagini che lega l’atto del nutrirsi a qualcosa di sacro.

Tutto è regolato da un ben preciso rituale, la collocazione sull’altare dei pani spetta al capo famiglia, e ogni posizione sull’altare è ben codificata. Al centro, attorniato da pani a forma di cuore è un pane dolce, cibo e fonte di salvezza, un modo per cibarsi del divino e assorbire una scintilla di esso, raffigurato in forma antropomorfa proprio come nei rituali pagani. Ecco così che troviamo le più svariate forme, vegetali e animali, fiori, galli, conigli, fino a sembianze umane, i “pupi di San Giuseppe”, espressione dell’antropizzazione del divino (Fig.1).

Il pane diviene cibo sacrale esso stesso è anche reliquia, conservata per guarire malattie o per allontanare tempeste in mare come testimoniato da numerose tradizioni popolari marinare.

Altro interessante elemento del tutto simile alla tradizione di Sant’Antonio è la presenza dei fuochi di gioia, rituale che, proprio a causa dell’estraneità di Giuseppe con le malattie precedentemente descritte, avvalora lo strano legame tra tali falò e le tradizioni di fertilità dei campi.

L’usanza è di derivazione pagana e legata ai rituali apotropaici di primavera. Successivamente, come è stato per tutte le altre festività, anche in questo caso il Cristianesimo ha effettuato un’operazione sincretica andando a sovrapporre al rituale pagano una propria tradizione. In tutta Italia vengono così accesi fuochi, in Molise, ed in particolare a Santa Croce di Magliano sono chiamati “Marausce”, in Basilicata troviamo i “focarazzi” di ginestre, come è abitudine nei paesi di Ripacandida, Castelsaraceno, Castel luccio Inferiore o Garaguso, mentre in Puglia troviamo i “fanoia” di San Marco in Lamis, nomi molto differenti tra loro ma che racchiudono un’idea comune: l’allontanamento del male e il risveglio della natura.

Testimonianze di studiosi baresi descrivono come “…le fiamme incominciavano a salire nell’aria, le faville a vagare di qua e di là. I ragazzi saltavano da una parte all’altra facendo salti con le gambe aperte…”. Questo gioco in realtà nasconde un vero e proprio rituale. Infatti prima erano le donne a  saltare nel fuoco nel quale si era bruciato la legna, ovvero l’effigie dello spirito arboreo ovvero del Dio vegetazionale. Il fatto che lo spirito arboreo debba morir nel fuoco ha un certo senso, infatti la luce e il calore sono necessari ai vegetali per crescere, in altre parole lo spirito arboreo brucia nel sole assicurando così all’intera vegetazione calore e luce.

Anche le ceneri rimanenti erano espressione di devozione. Si racconta che “…taluni poi le prendevano lo scaldaletto o il braciere e li riempivanole braci e li portavano in casa per devozione e utilità…”. Ancora una volta questo rito è ciò che rimane degli antichi retaggi pagani. L’Antico, portando a casa il carbone o le ceneri, portava una parte di quello spirito arboreo che, dimorando nei boschi, rimaneva nel pezzo di legno fino ad esser bruciato, o meglio, “sacrificato” per poter rinascere dalle proprie ceneri come novella fenice. Non è poi estraneo neanche il tema taumaturgico, ecco così il santo legato ad una importante malattia, la galattoforite. E’ questo un altro elemento che ci permette di legare il santo a quella divinità pagana femminile già descritta.

La leggenda narra che San Giuseppe chiese del pane ad una donna che glielo negò rispondendo che si stava pettinando. Il santo si strappò un pelo di barba lasciandolo cadere sulla mammella della donna che fu così colpita da tale malattia. Allora la donna chiese al santo di guarirla in cambio del fatidico tozzo di pane e Giuseppe disse “pilu di minna  vattini di ccà, e ti ni venì ‘ntra la barba mia. Figghiolu a durmiri, mammella a ripusari” in una espressione che ricorda le formule magico-popolari antiche testimoni di culti pagani mai dimenticati.

Concludiamo questo scritto in “dolcezza”. Vi ripropongo la ricetta tradizionale delle zeppole baresi. La ricetta della zeppola classica è molto povera, prevede l’utilizzo di pochi, ovvero  farina, acqua, un po’ di vino bianco, sale, zucchero e olio, ovvero senza l’utilizzo della “pasta choux”. Le dosi variano. Mediamente, per 20-30 zeppole si possono usare 300 gr di farina, 80 gr di burro, 6 uova, 1/4 di litro di acqua, un pizzico di sale. Si fa sciogliere nell’acqua il burro e il sale. Una volta portata a bollore si versa la farina mescolando energicamente per evitare la formazione di grumi. Si lascia raffreddare l’impasto per  poi unirvi uno alla volte, le uova continuando a  mescolare. Mettere l’impasto in una saccapoche e creare delle ciambelle sulla carta forno. Infine gettare la zeppola assieme alla carta forno in abbondante olio e lasciare friggere. Quando si saranno raffreddate, guarnire con crema e amarena.

 

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