Curiosità di Bari: i Culti Mariani della città

La città di Bari ha da sempre un fortissimo legame con il culto della Vergine. Come molti sapranno, infatti, la Madonna Odigitria, ovvero “Colei che indica la Via” e una delle Co-protettrice della città.

Secondo la tradizione l’Icona, oggi visibile nella cripta della Cattedrale, fu realizzata da san Luca, venerata per quattro secoli a Gerusalemme, e poi trasferita a Costantinopoli dall’imperatrice Pulcheria che la volle venerata, anche con l’appellativo di Maria Santissima di Costantinopoli, nella Basilica sulla via Odilonica retta dai monaci di San Basilio, detti “Calogeri”, che, ogni martedì ne dovevano cantavano le lodi. Nell’VIII secolo, però, l’imperatore di Costantinopoli, Leone III l’Isaurico, con l’editto del 728, diede inizio al periodo iconoclasta, ovvero proibì  il culto delle sacre immagini, per cui molte furono bruciate o distrutte mentre, le rimaste, vennero nascoste dai cristiani per poi ritornare a venerarle col cessare della persecuzione.

Questa lotta, detta iconoclasta, mise in fuga dall’Oriente migliaia di monaci, che per sfuggire alla persecuzione si rifugiarono nelle estreme regioni meridionali dell’Italia. E’ in questo periodo che dilagano, per tutta la Puglia, i monaci Basiliani, costretti a nascondersi in luoghi solitari, rifugi naturali, adattati a dimore, noti oggi come “grotte rupestri” o “laure”, termine che oggi indica un insediamento monastico di dimensioni ridotte. Nella zona di Bari ve ne sono moltissime. I più importanti sono sicuramente quello di Santa Candida scavata sulle sponde del torrente Picone, risalente all’VIII-XII secolo, e l’insediamento rupestre di via Martinez. Torniamo all’Odegitria.

I monaci che custodivano a Bisanzio l’icona della Madonna decisero di portarla a Roma. Secondo una leggenda settecentesca riportata dall’abate Calefati, che, a suo dire, proveniva dalle cronache di un certo prete Gregorio della fine del IX secolo, due basiliani,  travestiti da marinai, si recarono al porto di Costantinopoli e, grazie all’aiuto di due marinai baresi, si imbarcarono, con la sacra icona, su una nave pronta a salpare verso Roma per consegnarla nelle mani di papa Gregorio III. Una violenta tempesta, il primo martedì di marzo dell’anno 733, però, sorprese le imbarcazioni nei pressi di Bari, tutte le navi che si trovavano in quel tratto di mare furono distrutte tranne quella in cui si trovava l’Odegitria che approdò sana e salva sulle coste della città di Bari. Quando però i marinai baresi scoprirono il reale contenuto della cassa, costrinsero i monaci a lasciare a Bari l’icona che fu portata, in solenne processione, in cattedrale, dove venne accolta e venerata. I monaci basiliani rimasero nella città fino al 1158 e solo dopo questa data la custodia dell’Odigitria fu a carico del Capitolo della Cattedrale. Il culto di “Colei che indica la Via” si diffuse così in tutta la Puglia.

Lo troviamo anche  nel Salento, sotto il titolo dell’Itria, un epiteto di origine bizantina con cui veniva indicata la Madonna in alcune zone del Sud Italia. E’ questa l’origine del nome della nota  Valle d’Itria pugliese.

In realtà l’Icona oggi visibile nella Cattedrale di Bari non è quella originale, probabilmente andata perduta durante gli assedi turchi di Costantinopoli, ma una copia cinquecentesca probabilmente eseguita dal del pittore Palvisino di Putignano. Ad ogni modo la a sua presenza a Bari è storicamente accertata a partire dal 1500, citata in un documento dell’Arcivescovo Antonio Puteo che costituì la “Pia Associazione di Santa Maria di Costantinopoli”.

A partire dal 1932, si cercò di realizzare un parziale restauro, È interessante citare quanto scrisse il pittore Antonio La Nave, al quale fu affidato il restauro, sia per la testimonianza del’epoca, sia perché sarà poi a questo artista locale che saranno commissionate alcune delle 240 edicole votive presenti nella città vecchia.

“…Si notò subito con grande rammarico, il non buono stato di conservazione della S. Tavola per le ingiurie del tempo degli uomini (…). Si notò anche chiaramente che il S. Quadro, che ora misura cm. 85×58, doveva avere un tempo non lontano delle dimensioni abbastanza più grandi (…). La detta S. Immagine doveva essere, non come ora si presenta, a mezzo busto, ma intera, seduta, con gravità matronale, su di un severo seggiolone che nell’oscurità delle tinte, si vedevano ancora delle assicelle e che l’attuale S. Bambino, assolutamente non è l’originale, perché di fattura assai posteriore e non paragonabile alla bellezza divina della Madonna..”

Come dicevamo, la raffigurazione è fortemente venerata nella Città Vecchia attraverso numerose edicole dedicate alla Vergine Odegitria (Fig.1) tra cui quella sita in Corte Gianlorenzo, popolarmente conosciuta come la Madonn’ dù uacidde. In realtà, l’epiteto dell’Odegitria non è l’unico fortemente venerato nella città.

Se infatti facciamo un giro nel borgo antico troviamo moltissime edicole dedicate al culto dell’Addolorata.

Il culto della Vergine è molto diffuso in tutto il sud Italia e di origine spagnola. La Madonna è affigurata con sette spade nel cuore rappresentanti gli altrettanti dolori di Maria, ovvero la profezia di Simeone, la fuga in Egitto, lo smarrimento di Gesù al tempio, l’incontro con il figlio lungo il Calvario, la crocifissione, la deposizione e la sepoltura.  Il culto, in particolare, si diffonde nel 1600. In quel periodo tutto  il Regno di Napoli fu colpito da una tremenda epidemia di peste e non fece eccezione Bari, come descritto da Fabrizio Veniero, nel suo “Disavventure di Bari” dove descrisse le paure, i provvedimenti sanitari e le pratiche magico-devozionali dei baresi di fronte alla malattia. Si narra, ad esempio, che fosse utilizzata la manna prelevata dalla tomba di San Nicola per allontanare il morbo o ancora che fossero poste, all’interno delle case, pietre benedette provenienti da Monte Sant’Angelo, uno dei pochi borghi che si dicesse rimasto immune dal contagio. In otto mesi moriranno ben12.462 persone. La tradizione popolare vuole, però, che fu l’intercessione della Madonna Addolorata a far superare la crisi della città. Fu così che la Vergine fu considerata protettrice di Bari e festeggiata il 15 Settembre. La tradizione voleva che si facesse una grande festa a base di orecchiette e carne di agnello.

“…vine vine festa granne

C’ame accètte n’ate agnelle

Uam fe ch’i recchietèdde

N’atà vòta m’assaggè a carne”

Una breve filastrocca che ricorda come le orecchiette, piatto tanto diffuso, in realtà era riservato ai ricchi mentre il popolo le poteva consumare solo poche volte l’anno, appunto, durante le feste. La tradizione di festeggiare l’Addolorata durò almeno fino agli anni ’60 quando fu soppresso al Vescovo Nicodemo. Fede e commerci non vanno sempre d’accordo, così il culto si sovrapponeva alla nascente Fiera del Levante e la città non riusciva a gestire due eventi così importanti in contemporanea. Il culto dell’Addolorata, però, non è stato mai cancellato dalla memoria popolare. Nel gergo popolare l’Addolorata è ancora conosciuta come “la Madonna de le gardeddere”, ovvero delle galline, perché, in passato, proprio nel giorno della sua festa, era tradizione preparare il brodo tirando il collo alla gallina (trà u’ cuedde a la gaddine). Moltissimi sono gli altarini e le edicole dedicate a questa Vergine, molte di queste vere e proprie opere d’arte.

Un esempio è la raffigurazione presente sotto il noto “arco della neve”. Il nome di questa costruzione non è casuale. Nella città, infatti, esistevano tre “spacci” di neve fresca, provenienti dalle Murge o dal Trentino. Una di queste neviere era presente proprio dove oggi si trova l’arco citato che diede, tra l’altro, nei suoi alloggi, i natali a Giuseppe Massari, primo parlamentare barese dopo l’Unità di Italia.

Molte di queste edicole, anche se non tutte legate alll’Addolorata, sarebbero state realizzate dagli artisti baresi Michele Montrone, Dentamaro e Lanave tra il XIX e il XX secolo con la tecnica dell’olio su rame. Il Montrone la raffigura sempre con accanto altri santi tra cui l’immancabile Nicola (fig.2-3-4). Un’Addolorata molto “particolare” è quella poi presente sotto l’arco dello Spirito Santo, in zona San Pietro. La Vergine è raffigurata tra San Giuseppe e san Nicola con un bellissimo abito azzurro (Fig.5). Ebbene, la tradizione popolare vuole che in alcuni momenti particolarmente luttuosi per la città, la veste della Madonna diventi “gnore”, ovvero nera. Si narra, ad esempio, che l’ultima volta che avvenne il cambiamento Bari fu colpita dall’alluvione.

Odegitria e Addolorata dunque, ma non solo.

Un’altra Madonna particolarmente venerata nella città è la Madonna delle Grazie. La devozione popolare vuole Maria come una madre amorosa che ottiene tutto ciò che gli uomini necessitano per l’eterna salvezza. Per ammirare la più bella, dobbiamo recarci nella piccola ed antica chiesa di San Luca, nei pressi della Basilica di san Nicola. Si tratta di una chiesetta medievale, probabilmente edificata da una colonia dalmata residente in città, i cui primi riferimenti sono datati 1217 e dedicata a San Luca, monaco eremita greco il cui culto era diffuso in tutto l’Adriatico. La chiesa, poi, fu associata alla “Madonna della Finestra”, per via di una tradizione popolare che vuole il ritrovamento nella zona di un dipinto della Vergine che, poi, sarebbe entrato in chiesa attraverso la finestra. E’ all’interno di questa bellissima chiesetta, oggi curata dall’Arciconfraternita di San Luca, che possiamo ammirare un dipinto ottocentesco del pittore barese Michele Lapegna e una bellissima statua della Vergine delle Grazie con un fantastico abito ornato di oro e pietre dure. Ebbene, la devozione popolare attribuisce a questa Madonna l’appellativo “delle Percoche”, ovvero l’prquec, a causa del colore delle sue gote. E’ questa la Madonna, fortemente venerata dagli abitanti locali, a cui,  l’8 settembre,  è dedicata una  grande festa popolare e che ci riporta, ancora una volta tra i culti mariani cittadini.

 

Insomma, Bari è davvero la città dei mille culti. A Sabino, Memore, Rufino, Nicola, santi e protettori della città, troviamo la Vergine con le sue molteplici sfaccettature, ma anche Sant’Antonio, Rocco e San Benedetto ma…questa è un’altra storia.

 

 

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