II DOMENICA DI PASQUA – ANNO C (Gv 20, 19-31)

La riflessione di questa domenica parte da un libro che ho letto tempo fa: “Le ferite che guariscono”; è un titolo a duplice significato, a seconda che il verbo si intenda nel modo intransitivo – le ferite, prima o poi, guariscono – oppure transitivo – le ferite guariscono altre ferite-.
Quanto a Gesù, le sue ferite non guariscono, non si rimarginano; addirittura, lo abbiamo appena sentito, costituiscono il suo documento di riconoscimento. Invece, le ferite di Cristo guariscono le
nostre!
Lo dichiara il profeta Isaia, in uno dei carmi del servo sofferente (cap.53): “Per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.
Il fatto che Cristo si faccia riconoscere mostrando proprio le sue ferite esprime, in modo plastico e
immediatamente comprensibile, che il Figlio di Dio ha vinto la morte affrontandola.
La morte non può più nulla contro la persona di Cristo.
Ma la morte non si può evitare; neppure Lui, neppure Gesù ha potuto evitarla.
Il mistero della risurrezione riavvia una storia che si era bloccata due giorni prima sul fotogramma
del Calvario. Cristo riprende per così dire il discorso da dove lo aveva interrotto al momento dell’arresto e nello stesso luogo, il cenacolo. Aveva promesso la pace ai suoi amici – “vi lascio la
pace, vi do la mia pace”-; ora quella pace la dona sul serio.
La pace è il primo frutto della risurrezione. Da quel momento il Signore saluterà sempre così:“Pace a voi!”.
Allo stesso modo, ogni celebrazione eucaristica comincia e finisce con questo saluto pasquale.
È vero, il grande gesto del Signore fu quello di accettare la croce, salirci e morirci!
Ma senza questo ulteriore gesto del Padre – richiamarlo in vita – la vicenda terrena del Nazareno
sarebbe finita in una tragedia annunciata inutile; san Paolo dichiara che se Cristo non fosse risuscitato, vana sarebbe la nostra fede e vana la sua predicazione. (1Cor 15,12-20). Non si può credere in un Dio che muore e non risorge; significherebbe accettare la morte come la
fine ineluttabile della vita, e non come il fine, il compimento, ciò che dà alla vita il suo senso
compiuto; ma di questo abbiamo diffusamente riflettuto durante questa Quaresima.
L’evangelista Giovanni, ormai lo sappiamo, colloca la prima Pentecoste dello Spirito Santo sul
Calvario; l’ultimo respiro di Gesù che muore è il primo respiro della Chiesa che nasce ai piedi della
croce ed è rappresentata da Maria, la madre del Signore, e da Giovanni, il discepolo che Gesù
amava.
Nel cenacolo, il Cristo alita nuovamente sui presenti – una nuova Pentecoste -, questa volta per
inviarli ad annunciare la misericordia del Padre; e in questo gesto di alitare su di loro, unito alle
parole pronunciate, il Risorto istituisce il sacramento della riconciliazione.
Questo sacramento costituisce il passaggio dalla storia personale di Gesù alle nostre storie
personali.
Grazie appunto alla riconciliazione sacramentale, i fedeli ricevono il perdono dei peccati,
il frutto più prezioso della Passione e Risurrezione del Signore.

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