Leggende di Bari: Re Artù passò dalla Puglia?

Dobbiamo essere sinceri, il legame tra Bari e Re Artù e ancor più con il Graal è una leggenda metropolitana nata di recente, certamente storicamente inattendibile  ma non certo meno affascinante e comunque presente anche sul sito ufficiale della Basilica della città ( http://www.basilicasannicola.it/page.php?id_cat=2&id_sottocat1=94&id_sottocat2=280&id_sottocat3=284&titolo=Cavalieri%20di%20Re%20Art%C3%B9%20che%20attaccano%20per%20liberare%20Ginevra ). Prendendola così proprio come vuole essere, ovvero una storia e una leggenda, cerchiamo di approfondirne i punti di vista. Come è ben noto ai baresi, nel 1087 un gruppo di 62 marinai guidati da alcuni sacerdoti si recarono a Myra ove, da un pozzo pieno di uno stranissimo liquido, quella che poi sarà definita  la Manna, prelevarono parte delle ossa di San Nicola per portarle, come venerate reliquie, nella città. Le ossa furono così poste temporaneamente nella chiesetta di Santo Stefano e successivamente nella Basilica costruita proprio sull’area del Catapano del Thema di Longobardia, sede del governatore bizantino.  Numerose sono le leggende legate al Santo, e tutte legate alla facoltà di Nicola di Myra di produrre abbondanza. Una di queste racconterebbe di tre giovinette poverissime che erano destinate a prostituirsi e che il Santo salvò dal loro destino infausto donando loro tre sacchi di monete d’oro. Nasce così una nuova immagine del santo, non solo l’ortodosso vescovo ma anche colui che dispensa doni per il quale divenne famoso in tutta Europa. E’ proprio da una corruzione del nome di San Nicolaus che nascerà infatti Babbo Natale o Santa Claus.

Entriamo ora nel fantastico. Secondo alcuni studiosi la traslazione delle ossa del santo non sarebbe stato altro che una copertura voluta dal Papa Gregorio VII,  per il recupero di qualcosa di molto prezioso, una reliquia che avrebbe potuto aiutare gli eserciti cristiani contro gli “infedeli” e che si trovava nella mitica Sarraz, luogo impossibile da situare storicamente o geograficamente. Di esso si diceva che  non fosse  in Egitto, ma “vi si vede da lontano il Grande Nilo”, situato  in Medio Oriente e luogo dal quale “ebbero origine i Saraceni” . Questa “poderosa” reliquia altro non sarebbe stato che il Graal , la “scutella” che poteva infondere novella forza agli eserciti crociati che partivano dal porto della città per combattere gli infedeli, e  non a caso, appunto, la prima crociata fu organizzata proprio a Bari da papa Urbano II.

Ma cosa è il Graal? Difficile definire in poche parole visti anche i fiumi di libri scritti in merito dal medioevo ad oggi. Per alcuni sarebbe la coppa dell’ultima cena e/o dove fu raccolto il sangue di Cristo, secondo altre ipotesi il termine Graal proverrebbe da Sang Real, cioè una non meglio definita dinastia derivante proprio da Gesù, per altri ancora metafora del “ventre materno” della dea Terra, e successivamente metafora della  Vergine Maria , come si può notare anche nella Litania di Loreto ove si dice “ vas spirituale , vas honorabile , vas insigne devotionis”.

Secondo alcuni studiosi segno tangibile della presenza del Graal a Bari sarebbe il richiamo a re Artù presente sull’archivolto della famosa “porta dei Leoni” della Basilica (Fig.1 – 2).

Fig.1 posizione della Porta dei Leoni rispetto la Basilica di San Nicola

Fig.2 La Lunetta del portale dei Leoni.

Al centro in alto è raffigurato un castello con un portone chiuso difeso da alcuni soldati mentre da una parte che dall’altra si vedono accorrere guerrieri armati che a cavallo si lanciano all’assalto.

Molto più probabilmente l’archivolto della Por­ta dei Leoni raffigura la riconquista di Antiochia del 1098 da parte di Boemondo figlio primogenito di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di Calabria, un episodio che vide alla ribalta la Basilica, in quanto Boemondo in ringraziamento a S. Nicola mandò la lussuosa tenda dello sconfitto Kerbogha,  governante turco-selgiudico, in dono.  Ma torniamo a volare con la fantasia.

Sul sito della Basilica Nicolaiana si legge “…Che anche il Portale dei Leoni possa rappresentare il ciclo di Artù non è del tutto da escludere, visto che il personag­gio della leggenda si ritrova nel pavi­mento musivo della Cattedrale di Otranto (1163-1165)…”.

Infatti nel mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto è effettivamente rappresentato Rex Artorius mentre combatte contro uno strano felino che ricorda il poemetto “gatto Lupesco”.

Questa particolare raffigurazione ci permette un nuovo viaggio letterario attraverso uno scritto in volgare fiorentino di autore ignoto alla fine del XIII secolo.

Chi sarebbe questo “Lupesco”? Questo curioso personaggio-animale, diretto in “Saracinia” per incontrare “l’uomo per cui Cristo è atenduto“, s’imbatte in due cavalieri inglesi di ritorno dall’Etna, dove sono andati in cerca di re Artù, che, secondo una leggenda, si sarebbe ritirato in una reggia sul vulcano.

Allor uscìo fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Artù,
ke mi dissero: «Ki.sse’ tu?»
E io rispuosi in salutare:
«Quello k’io sono, ben mi si pare.
Io sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.

Così le ipotesi si sprecano. Artù è passato in Italia? Che ci fa una sua raffigurazione ad Otranto in un mosaico più antico della stessa materia di Bretagna? Dove si trova questa “Saracinia” italiana a cui è diretto Lupesco? (potrebbe essere Bari?) Domande che ovviamente rimangono insolute perché appartenenti alla sfera del mito ma che rendono ancora più intrigante questa curiosa città.

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