Leggende di Bari: L’augurio della Casa

Una vecchia usanza pugliese vuole che, quando si entra in una casa si saluti con il “Buongiorno”. In altri casi la formula utilizzata è molto più complessa “Bbuène ggiornè patrùne de case, u mmale ièsse, e u bbuoène trase”.

Questa forma di educazione, però, non è diretta al proprietario, almeno non a quello in carne ed ossa, ma ad una curiosa figura tutta meridionale: “l’Augurio della Casa”. Questo piccolo rituale era posto in essere anche quando la casa cambiava proprietario. Quest’ultimo, per ingraziarsi le simpatie e garantirsi la protezione dell’agùrie, lo salutava, in alcuni casi spruzzava i quattro angoli della nuova abitazione con acqua di pesce, con qualche goccia della manna di San Nicola o, appendendo dietro la porta una vecchia palma benedetta o un crocifisso.

Soffermiamoci ora, però, sull’Augurio. Chi o cosa sarebbe costui?

 

Il Sacrificio Umano e l’Edilizia

 

La tradizione affonda le sue radici in un passato lontanissimo, quando era uso il Sacrificio Edilizio.

Da sempre il tema del “sacrificio”, ed in particolare quello umano, come offerta per placare la collera divina  in qualche modo generata dai comportamenti umani, è presente nel mondo antico. Se però ci si sofferma spesso su questo aspetto culturale delle antiche civiltà del passato, sottolineandone soprattutto l’aspetto cruento di tali pratiche, meno conosciuto è il tema del “sacrificio edilizio”, però altrettanto diffuso.

In passato infatti, quando bisognava realizzare una nuova costruzione, una torre, un ponte, o addirittura fondare una città, si usava effettuare un’offerta al  Genius Loci, ad una ninfa o ad un demone e assicurare il loro benvolere alla nuova realizzazione.

Ritrovamenti archeologici testimoniano questa macabra usanza e così, in Italia, ed in particolare a Praglia, ad esempio, sui  Colli Euganei, tra le strutture di villaggio neolitico, è stata rinvenuta una sagoma lignea raffiguranti un individuo, sicuramente rituale associabile, in forma più mitigata, al sacrificio edilizio. E’ questa l’origine di leggende che vogliono l’uccisione di un bambino, ma anche di una vergine, un uomo fino, come vedremo nel prosieguo, alla stessa moglie del capomastro come esigenza indispensabile per assicurare il bene della collettività alla quale questo stesso appartiene.

Queste macabre usanze però, non sono relegate, come si potrebbe pensare, esclusivamente al mondo antico ma le ritroviamo fino a due secoli addietro.

Numerose leggende potremmo enumerare in merito, pensiamo ad esempio alla torre di Cettine in Montenegro. La storia narra che gli uomini tentavano in ogni modo di erigere la costruzione ma di notte  puntualmente veniva rasa al suolo da un genio malefico. Unica cosa da farsi era dunque immolare una vittima alla malvagia entità. La narrazione racconta che si decise di sacrificare la prima donna l’indomani fosse passata dalla torre. La sorte volle però si trattasse della stessa moglie del capomastro, in una tradizione che ritroviamo comune in molte altre narrazioni.

Narrazione simile la troviamo in Russia, riguardante niente meno che una delle undici torri del Cremlino: Koromyslovaja. Qui in realtà è un oracolo che profetizza e richiede il sacrificio umano. Per avere una torre salda ed imperiosa, bisognava sacrificare, proprio come nella precedente narrazione, la prima donna che passava per quei luoghi.

La vittima anche in questo caso è una innocente ragazza che si trovò a transitare di lì per raccoglier l’acqua con i due classici secchi posti agli estremi di un bastone, detto in russo koromyslo, termine che poi darà il nome alla torre.

I sacrifici edilizi non sono solo tipici di aree orientali come l’area baltica, ma la ritroviamo anche nelle culture nordiche, proprio a dimostrare la presenza di un topos comune.

Ecco così che numerose sono le narrazioni tra le popolazioni Estoni e Scandinave di ponti che venivan resi eterni dal sangue di un giovane ragazzo. Un esempio potrebbe esser, nell’area bretone, la leggenda che narra le vicende della costruzione del ponte di Rosporden.

Si narra che una veggente locale vaticinò che “se i cittadini di Rosporden vogliono avere un ponte che non sia distrutto, essi debbono murare nelle sue fondamenta un bimbo di quattro anni, con una candela benedetta in mano e un pezzo di pane nell’altra[1].

E’ il sacrificio del sangue innocente che ancora oggi, si narra, ogni notte, tra i gemiti del vento, fa sentire la sua voce mentre proferisce la frase “ma chandelle est mort, ma mère, et de pain il ne me reste miette”.

Ancora il sacrificio di un bambino è presente nella storia della costruzione di un altro ponte francese, quello di Callec, presso la vicina città di Laurent, mentre in Germania, nel 1843, si narra la leggenda di un bimbo seppellito tra le fondamenta del ponte di Halle. Successivamente questa tradizione cruenta viene mitigata. Ecco così che in molte culture si inizia a sacrificare animali, in particolare galli e maiali, o seppellire monete tra le fondamenta: quest’ultima usanza è tipica dell’area italiana, e così durante il Rinascimento, è Papa Paolo II a far seppellire tra le costruzioni da lui realizzate vari sacchi di monete d’oro.

Se questo è quanto riguarda la costruzione di nuovi edifici, anche la fondazione di una città non è immune da tali cruenti retaggi.

Nelle civiltà storiche e protostoriche non mancano testimonianze del sacrificio edilizio. Ecco così che nell’antica terra di Canaan era uso seppellire un uomo tra le fondamenta dei villaggi e tracce di questo ricordo sono presenti anche nel Vecchio Testamento ove si dice “nel settimo giorno i sacerdoti prendano sette tombe, che si adoperano nel giubileo, e vadano avanti all’arca del testamento, e farete sette volte il giro della città…”.

Pausania ancora ci testimonia un altro sacrificio edilizio nella narrazione della fondazione di Messenia, e simili rituali li troviamo tra i nativi d’America, in Asia e nella cultura africana.

Si narra così che presso alcune tribù, dopo aver ben deciso il luogo, veniva disegnato un “recinto”, di solito circolare, stante a rappresentare il cuore del villaggio.

Era qui che veniva condotto un ragazzo e gli venivan tagliati i malleoli in modo che, prima di morire, tra gli spasmi, potesse diffondere in tutta l’area il suo sangue innocente.

Ancora una volta sembrerebbe che questi rituali non appartengano alla nostra cultura antica ed invece il sacrificio edilizio lo ritroviamo nella civilissima Roma.

Il mito della fondazione dell’Urbe è quanto mai lungo e complesso, in realtà in questa sede ci interessa la parte finale dello stesso.

Romolo e Remo ottengono il permesso di fondare una nuova città, e si reca uno sul Palatino e l’altro sull’Aventino per osservare il volo degli uccelli che avrebbe vaticinato il luogo preciso di fondazione.

Il responso favorisce Romolo, che traccia il solco sacro che deve delimitare il perimetro della nuova città “…Romolo attaccò all’aratro il vomere di rame, accoppiando al giogo il toro e la vacca e tracciò un solco profondo a base delle mura. Questo solco costituì il circuito che doveva percorrere la muraglia chiamata poi dai latini Pomerio, cioè, post murum”. Così Plutarco nelle sue “Vite parallele” descrive la fondazione della città.

Ecco che però il mito narra che nessuno avrebbe dovuto attraversare il solco tracciato. Remo così, si prende gioco del fratello attraversandolo e così per punirlo Romolo lo uccide con la propria spada. Sembrerebbe incredibile come la fondazione dell’Urbe fosse “insudiciata” da un gesto così cruento, un fratricidio ed infatti non è questa la reale spiegazione al mito, si tratterebbe di un sacrificio rituale per la novella fondazione.

Del resto il ritrovamento di ossa umane nelle vicinanze di un antico muro romano comprova con forza questa ipotesi.

Questo però non sarebbe l’unico ricordo di tale cruenta pratica tra le mura cittadine, così ecco che ritorna il tema del sacrificio al “ponte” nel rituale degli Argei. Il 15 Maggio, dal Ponte di Sublicio, i romani gettavan nel fiume una trentina di manichini, chiamati appunto Argei, sicuramente il ricordo degli antichi sacrifici umani.

La Tradizione Pugliese

 

In Puglia le origini di tale credenza provengono certamente dall’area bizantina e slava. Moltissime sono le narrazioni bulgare e greche che riguardano tale rituale.

Con il passare dei secoli questa tradizione non fu dimenticata ma “ingentilita”. Non essendo più possibile effettuare il sacrificio umano, questo fu sostituito con sacrifici di animali, in Grecia l’usanza di uccidere un gallo, un capro o un agnello per dare forza e stabilità alla costruzione è ancora attiva nei paesi rurali. In altri casi ci si rifaceva alla Magia Imitativa, ovvero si misurava l’ombra, ossia l’immagine di una persona, ed era questa ad essere “murata” nell’edificio. L’ombra, come riferisce James Frazer, è parte vitale dell’uomo, intimamente legata a lui e alla sua vita. Così si credeva che colui a cui fosse stasa “murata” l’ombra sarebbe morto nel giro di quaranta giorni, tanto che le mamme raccomandavano ai bambini che giocavano nei pressi di case in costruzione di badare a non farsi rubare l’ombra. Addirittura fino al secolo scorso esisteva la professione del “mercante d’ombra”, ovvero un uomo che reperiva, con l’inganno o per denaro, ombre agli architetti. In questi casi il sacrificio dell’ombra è del tutto simile a quello di murare od uccidere un individuo. Torniamo a Bari. Ancora verso la metà degli anni ’40 il maestro muratore, prima di porre la prima pietra, attendeva il passaggio di un individuo per poterne “murare”, l’ignara ombra, gridando, “Ecco, è posta la prima pietra”. Nasceva così l’Augurio della casa, se maschio, la fata, se donna. Erano questi i nuovi genius loci dell’edificio ereditando tutte le caratteristiche del passante ignaramente designato.  Prima, così, di entrare in casa, i nuovi inquilini si informavano circa gli umori e le preferenze del “genio” presso i vecchi inquilini o il vicinato, venivano fatte offerte, assolutamente da evitare era il parlare della stessa fata della casa all’interno della propria abitazione, o parlare negativamente della casa manifestando il proprio disprezzo per essa, tipo: “odio questa casa” – “che brutta casa”, poiché essendo questa presenza legata all’abitazione è come se offendeste lei stessa.

Insomma, non importa quanto sia salato il vostro mutuo, ricordate bene, che sarete sempre e solo ospiti in casa vostra.

[1] Cocchiara G., Il Paese di Cuccagna, Einaudi, 1956

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