XVII DOMENICA T. O. – ANNO C (Lc 11, 1-13)

I discepoli chiedono a Gesù che insegni loro a pregare. Notano il rapporto
speciale e intimo che Gesù ha col Padre e sono infiammati dal desiderio che
anch’essi possano fare un’esperienza di preghiera così intensa continuamente.
È in fondo il desiderio di ogni uomo quello di trovare la giusta intimità e
sintonia con l’Assoluto. “Insegnaci a pregare” gli dicono, e Gesù risponde non
tanto con una formula da imparare a memoria, ma con un atteggiamento
profondo del cuore da imprimere nell’animo prima ancora che nei neuroni come
un esercizio mnemonico.
“Padre” è la prima parola della preghiera che troviamo in questo racconto
dell’evangelista Luca e che corrisponde più o meno a quella dell’evangelista
Matteo, anche se con parole un po’ diverse. Anche gli altri Evangelisti, Marco e
Giovanni, pur non riportando questa preghiera, in fondo ricordano benissimo
che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a guardare a Dio come Padre, Padre
suo, Padre loro, Padre di ogni essere umano.
La preghiera serve quindi ad incidere nella mente e nel cuore il vero volto di
Dio, che non è quello del legislatore puntiglioso di regole morali, non è quello
del giudice severo e inflessibile o del gendarme pronto a punire in maniera
eterna ogni sgarro. Questo non è Dio, non è il suo volto!
Dio è “padre”, come lo è il padre e direi anche la madre che tutti abbiamo. Dei
nostri genitori noi portiamo spesso chiari i tratti del volto e del corpo, ma non
sempre ci assomigliamo perché può capitare che non siamo nemmeno
geneticamente identici come succede nelle adozioni o quando un figlio non è di
entrambi i genitori. Ma sicuramente chi ci cresce pian piano imprime i tratti del
suo volto interiore sul nostro e ci insegna ad amare, a credere, ad affrontare il
mondo, le difficoltà della vita, le gioie, gli impegni…
Gesù pian piano, crescendo e operando in mezzo agli uomini del suo tempo e
in particolare con i suoi discepoli, ha mostrato il volto di Dio, quello vero. Gesù
chiama Dio “Padre” e insegna ai suoi discepoli a fare lo stesso, perché davvero
Dio è così e vuole essere riconosciuto come tale nella vita del suo Figlio e dei
suoi figli che oggi siamo noi.
Dire “Padre…” nella preghiera rivolta a Dio è prima di tutto una confessione di
fede, perché dice che crediamo che Dio non è “banalmente” una “entità
superiore” o “il Creatore”, con un volto e un comportamento indefiniti e
distanti. Dio è padre! Di Dio Padre vogliamo ritrovare nel nostro volto i suoi
tratti, il suo stile, il suo modo di fare e soprattutto di amare.
Dire “Padre…” nella preghiera è anche un impegno ad assomigliargli sapendo
che anche nel volto dei nostri simili, anche se di colore, età, condizione sociale,
nazione e persino religione diversa, c’è qualcosa di Dio, del nostro Padre
comune! In questo sta il fondamento nella fraternità universale che è alla base
della nostra fede cristiana.
Preghiamo e auspichiamo tutti che con il nostro modo di fare, con la nostra
fede, con le nostre parole, le nostre scelte quotidiane, chi cerca Dio come Padre
possa almeno un po’ scorgere in noi i tratti del Suo volto vero, così come i
discepoli li vedevano e li amavano nell’uomo Gesù.

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