SAREBBE ORA DI RISPETTAR TACENDO

Non entriamo nel merito del fatto. Né a gamba tesa, né di soppiatto.

Né ci sembra il caso di farci risucchiare dal vortice delle polemiche capziose e sterili che popolano media e social a proposito del sanguinoso episodio in cui un vicebrigadiere dei Carabinieri è stato ucciso a Roma nel corso dello svolgimento della sua attività di istituto.

Non ripeteremo qui il racconto delle circostanze in cui il fatto è accaduto: tutto è ormai stato illustrato, sviscerato, analizzato, anatomizzato da chiunque abbia a disposizione uno schermo ed una tastiera. Non c’è cittadino italiano che non ne sappia a sufficienza.

Ad accertare gli elementi di dolo e le responsabilità ci penseranno i magistrati, che come tutti i rappresentati dello Stato quando lavorano a favore della collettività hanno il sacrosanto diritto ad essere lasciati in pace nell’espletamento delle proprie funzioni.

Piuttosto è il caso di entrare nel merito su un episodio “accessorio” alle indagini; che tuttavia si è proposto con una dirompenza tale da rischiare di inficiarne conduzione e risultanze. È accaduto che un signor Qualcuno presente all’interrogatorio di uno degli indiziati ha pensato bene di ritrarre quel frangente e “postare” l’immagine su un gruppo social. Dopo di che il prodotto di questa incauta esibizione di adolescenziale belluinità è andato a finire sui giornali. Con l’aggravante che il giovane interrogato in essa ritratto appare legato e con gli occhi bendati.

Una immagine cruda, a suo modo violentemente sferzante, “cinematografica” nel suo pathos drammaturgico. Ma soprattutto capace di rievocare nella memoria collettiva fotogrammi di storia, sinora vissuta in altre nazioni ed in diversi contesti.

Una novità assoluta persino per il nostro selvaggio habitat mediatico. E che ha immediatamente prodotto il consueto effetto che da queste parti connota le grandi questioni dai tempi di Romolo e Remo, passando attraverso le tenzoni dei Guelfi con i Ghibellini e le svolazzanti pagine rosa delle Gazzetta dello Sport con le rivalità tra Coppi e Bartali.

L’opinione pubblica si è scissa in due tronconi; manco a dirlo: favorevoli e contrari, pro e contro.

Ed ora che l’opportunità di esprimere il proprio livore a punta di dito su smartphone è ormai indistintamente e impunemente concessa a tutti, i toni delle polemiche sono lievitati al punto da tracimare i contenuti nelle più becere e irriferibili prese di posizione.

Difficile restarne fuori. E ancora più difficile spigolare nel fango opinioni certamente di parte, tuttavia misurate e sommesse. Impresa impossibile.

Chi scrive queste riflessioni è francamente sconcertato: come ci si può dimenticare che al centro di tutto c’è l’ennesimo decesso di un servitore dello Stato?  Come si può tanto irrispettosamente passare sopra l’esistenza di una giovane vedova, di una famiglia, di un intero mondo che orbitava attorno alla figura di quell’essere umano così bestialmente eliminato? Il quale magari (lo accerterà l’indagine) potrebbe anche, chissà, avere commesso qualche errore nell’espletamento della sua funzione. O più di uno. O forse no. Ma che di certo non meritava di essere tolto dal mondo in quella maniera.

Difficile trovare in giro dichiarazioni che esprimono dolore e nel contempo equilibrio, determinazione e volontà di riflettere. Soprattutto tra i politici.

Magari una che si avvicini più delle altre a quanto vorrebbero ascoltare i cittadini meno avvezzi agli isterismi e più disposti al ragionamento potrebbe essere quella rilasciata alla Agenzia ADNKRONOS dal deputato di Fratelli d’Italia e questore della Camera onorevole Edmondo CIRIELLI, peraltro già Ufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Il quale, senza nascondersi dietro facili equilibrismi lessicali ha rammentato come le Forze dell’ordine possano e debbano adottare le misure necessarie per garantire la massima sicurezza purché da questo non si produce male alla persona indagata. Opinabile? Forse sì. Forse no. Non è questo il punto.

Tra quelle misure può esserci anche una benda a coprire lo sguardo di un interrogato? Personalmente non so. Forse sì, se funzionale ad accertare fatti, circostanze e responsabilità.

Tra quelle misure può esserci anche un legaccio a serrarne i polsi? Personalmente non so. Forse sì, se funzionale ad evitare che l’interrogato possa fare del male a se stesso o ad altri.

Nessuno di noi era sul posto, quindi in grado di stabilire cosa fosse meglio fare o meglio evitare. Non foss’altro che per questo motivo, dovremmo sforzarci un po’ tutti di adottare il più difficile dei comportamenti: il silenzio.

In onore e per rispetto di chi non c’è più.

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di Cosimo Lerario

(*) Cosimo LERARIO, medico chirurgo, già Ufficiale dirigente di Forza Armata, Commendatore al Merito della Repubblica Italiana, divulgatore scientifico, docente e scrittore. Ha pubblicato due libri rispettivamente con le case editrici La Zattera di Cagliari e SECOP di Corato. Un suo racconto teatrale ha recentemente vinto il Premio Internazionale di Letteratura “Città di Bitetto”.

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