XIX DOMENICA T. O. – Anno C (Lc 12, 32-48)

La pagina di Luca di questa domenica è la continuazione del Vangelo di domenica scorsa: che cosa merita la nostra attenzione, più di ogni altra cosa, il nostro affetto più di ogni altro affetto? Paolo parla di cose di lassù distinte dalle cose della terra; Il terzo evangelista parla di tesoro nei cieli, al sicuro dai ladri e dai tarli.

Il misterioso autore della Lettera agli Ebrei ci presenta la figura di Abramo, modello di coraggio della fede. La vicenda del grande patriarca è interamente orientata e mossa dalla fede; Abramo fece tutto per fede: abbandonò la sua terra, entrò in contatto con altre culture, generò fuori tempo massimo il figlio Isacco; accettò addirittura di sacrificarlo nel caso che Dio gliel’avesse chiesto; e lo riebbe dalle Sue mani, come simbolo di una posterità numerosa come la sabbia del mare e come le stelle del cielo. Anche oggi, come ai tempi di Abramo, per avere fede ci vuole coraggio.

Non possiamo avere fede, se non crediamo nella Provvidenza! Non basta dichiarare: “Io credo in Dio!”; è necessario credere che Dio provvede a me e ai miei bisogni; che Dio possa lavorare con me. Perché, se non riusciamo a credere che Dio possa agire insieme con noi, allora non crediamo neanche che Gesù sia vero Dio e vero uomo e andiamo ad indagare, a sezionare il Vangelo col bisturi della ragione, per capire se, quando disse quelle parole, le disse come uomo, o come Dio; e quei gesti prodigiosi, compreso l’atto di morire in croce, il Signore li compì come uomo, o come Dio?

La riflessione sul regno di quaggiù si intreccia con quella sul regno di lassù.

In realtà non si tratta di due riflessioni diverse che l’evangelista semplicemente accosta.

Non ci sono due regni, ma un regno solo: ciascuno di noi comincia ad esistere nel tempo e la sua vita non ha più fine; si passa dalla vita fisica a quella eterna senza soluzione di continuità. Ce lo ricorda la Preghiera Eucaristica che il sacerdote recita in occasione dei funerali, “la nostra vita non è tolta, ma trasformata.”.

La vita eterna è dunque la vita cristiana: o comincia durante l’esistenza terrena, o non ci sarà neanche dopo la morte.

San Paolo invoca spesso la categoria della vita da schiavi, i quali, aderendo alla fede, sono già risuscitati ad una vita nuova, rispetto a quella passata. Nella lettera ai cristiani di Efeso (Paolo) afferma: “Con Cristo, il Padre ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù.” (2,6); dice che “ci ha anche risuscitati”, e non che “ci risusciterà”!

È ancora Paolo a insegnare: “Con Cristo siete stati sepolti nel battesimo, in Lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.” (Col 2,12), e anche: “Se dunque siete risorti con Cristo…” (Col 3,1).

La vita eterna non è un premio che riceveremo nell’aldilà, ma una condizione presente.

La vita nuova che Cristo ci insegna a scegliere in tutta libertà, aderendo senza esitazione alla fede, è indistruttibile!

Per concludere, la vita non è eterna in senso temporale, quanto a durata, ma in senso reale, quanto a qualità: saldamente radicata nella fede, sull’esempio di Abramo, la scelta cristiana è talmente forte e ostinata da vincere anche il peccato, anche la morte.

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