XXV DOMENICA T. O. – Anno c Lc 16, 1-13

Il contrasto quasi fisiologico tra denaro e fede è antico quanto il mondo. Ricordiamo tutti la
vicenda di Giacobbe che lottò contro l’angelo, presso il torrente Iabbok (cfr. Gn 32,23ss.): quella notte, il patriarca si misurò con Dio; ma prima, fece attraversare il torrente alle sue due mogli, ai figli, ai servi, a tutto il bestiame e i beni che possedeva, e rimase solo.
L’aggancio di questa pagina della Genesi, con il Vangelo di oggi, è chiaro: per stringere un rapporto decisivo con Dio, dobbiamo liberarci da tutto e da tutti. Soltanto così, potremo
concentrare e orientare ogni nostra energia fisica e spirituale all’incontro che segnerà per
sempre la nostra vita, celebrare la fede in Dio e ricevere la Sua perenne benedizione.
La solitudine che agli inizi della creazione viene presentata come un male per l’uomo- “non è bene che l’uomo sia solo”(Gn 2,18-24) – viene rivalutata come conditio sine qua non per allacciare con Dio un legame indissolubile. Almeno ai primordi della storia personale di fede, deve esserci un momento nel quale Dio sia l’unico interlocutore.
Soltanto dopo sarà possibile stabilire la giusta distanza tra noi e i beni materiali, nella fiducia e nella volontà che la fede ci aiuterà a non diventarne schiavi.
Con questa precisazione iniziale, entriamo nel vivo del Vangelo.
L’uso del denaro fa da cartina tornasole dell’autenticità cristiana; due sfere si contrappongono in modo simmetrico: affari di scarsa importanza e ricchezza ingiusta da una parte, e affari di massima importanza e il vero bene dall’altra. Il discepolo che si mostra fedele nell’amministrare la ricchezza e, più in generale, i beni di questo mondo, offre sufficienti garanzie per ricevere dalla comunità responsabilità e uffici; e nella vita eterna, il Regno di Dio.
Nel Vangelo non si parla soltanto di danaro; sotto il microscopio della fede
, c’è il potere temporale, il potere del mondo e sul mondo, il potere sulle coscienze… Questa è la
ricchezza che allontana da Dio, che si intromette tra l’uomo e Dio, che impedisce di amare Dio sopra ogni cosa e su ogni persona.
A questa forma pericolosa di ricchezza, si contrappone la libertà e il disinteresse, inteso
non come mancanza di interesse, o scarsa sensibilità, ma come distacco del cuore, lotta
interiore contro la tentazione dell’idolatria.
C’è un’ultima forma di ricchezza, forse la più perniciosa, la più subdola, che smentisce la fede e ne rivela l’ipocrisia: l’autoesaltazione religiosa.
Gesù ne parla rivolgendosi direttamente ai rappresentanti del partito dei Farisei: invero,
costoro si distinguevano per il loro tenore di vita dimesso e ostentatamente povero; tuttavia
la loro ideologia religiosa, esaltava la ricchezza quale segno indubbio della benedizione celeste
; al punto che alcuni di essi ambivano senza vergogna a questa benedizione.
Qualcosa di simile sarebbe accaduto secoli e secoli dopo, col diffondersi della Riforma in
Europa e la nascita del capitalismo moderno: tra i padri fondatori del protestantesimo,
alcuni teorizzavano un concetto particolare di Provvidenza, secondo il quale l’iniziativa
imprenditoriale e l’accumulo della ricchezza potevano essere interpretati come indizi di
predestinazione alla salvezza.
La nuova logica inaugurata dal Figlio del falegname, e la coscienza (cristiana) che ne
deriva, stanno alla radice di quella sapiente, ma faticosa libertà di fronte alla ricchezza, la
quale (ricchezza) esercita un fascino e una seduzione quasi irresistibili sotto molteplici
forme.
Non si tratta neanche di quantità, ma di quella grande ricchezza che Dio ci affida e che
consiste nella sensibilità al mistero del Regno dei Cieli.
Nessuno può vantarsi davanti a Dio, e credersi immune dalla tentazione della ricchezza.
Neppure il Signore fu mai al sicuro dalle tentazioni. E più il suo sguardo si concentrava su Dio, più il mondo gli presentava il conto da pagare. E fu un conto salato!
Per raggiungere la perfezione, l’Ecce Homo lo pagò per sé (cfr. Eb cap.5); e anche per noi.

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