XXVI DOMENICA T. O. Lc 16, 19-31

Ai tempi di Gesù, si credeva che la condizione degli uomini in terra venisse per così dire retribuita dopo la morte con una (condizione) uguale-contraria, la quale durava tutta l’eternità: cosiddetta regola del contrappasso.
Chi ha letto la Divina Commedia, ricorderà la corrispondenza inversa tra la punizione inflitta ai peccatori e il loro peccato.
È ciò che accade ai due personaggi della parabola raccontata da Gesù: il povero Lazzaro,
coperto di piaghe, che giaceva alla porta del ricco, senza che alcuno si accorgesse di lui,
viene portato tra i Beati del Cielo; il ricco, invece, del quale non conosciamo neanche il
nome, spensierato e sibarita, viene condannato al fuoco dell’inferno.
Il secondo aspetto segnalato dal Vangelo di questa Domenica allude chiaramente alla
Mistero Pasquale: alla richiesta del ricco di mandare qualcuno sulla terra ad avvertire i suoi
fratelli, il santo padre Abramo risponde: “neppure se uno risorgesse dai morti, sarebbero persuasi sulla necessità di convertirsi”.
È ciò che accadde nella realtà raccontata dai Vangeli: la domenica di Pasqua, i soldati andarono a riferire alle autorità di Gerusalemme e ai Sommi Sacerdoti che il corpo del Nazareno non era più nel sepolcro. Il primo pensiero non fu certo la Risurrezione di Cristo, ma il trafugamento del cadavere di Gesù da parte dei suoi complici; un pensiero che attraversò la storia, stimolando la fantasia di romanzieri e registi.
Il peccato del ricco epulone consisteva nel non essersi reso conto di ciò che accadeva a un passo da casa: accecato e inebriato dal denaro, aveva letteralmente sprecato il bene più prezioso, la ricchezza più grande, la sua vita , in crapule e bagordi. Per lui non esisteva altro, non esistevano altri.
Ma anche i cosiddetti spensierati di Sion, raccontati da Amos, uno dei profeti dell’Esilio a
Babilonia, se ne stavano tutto il tempo al sicuro nelle loro dimore in collina, comodamente
sdraiati su letti di avorio a mangiare grasse vivande e a bere vino. Ebbene, costoro furono i
primi ad conoscere la deportazione: vero e proprio contrappasso ricevuto qui in terra.
In linea con il messaggio evangelico, così come emerge dalle parole del Magnificat, il Signore rovescerà i potenti dai troni e innalzerà gli umili, ricolmerà di beni gli affamati, ma rimanderà a mani vuote i ricchi… Nella parabola del ricco epulone, questo ribaltamento delle posizioni di potere è dilazionato nell’aldilà; tuttavia, se mi trovassi nei panni di coloro che il mondo considera i
fortunati, e talune confessioni religiose ritengono addirittura benedetti da Dio, tanto per intenderci, i ricchi, non mi farei troppe illusioni sul fatto che la sorte non si diverte a voltare le spalle, già in questa vita. Nessuno può presumere di essere al sicuro, solo perché ha i soldi!
Sobrietà, attenzione al prossimo e fede: ecco le tre coordinate della vita cristiana. -Fede significa cura della nostra relazione con Dio ; -sobrietà significa cura equilibrata del nostro corpo; -attenzione al prossimo significa cura nei confronti degli altri.
L’ultimo versetto del Vangelo sottolinea infine un atteggiamento, nostro malgrado, tipico della natura umana: quello di credere che il futuro ci debba riservare il fatto decisivo che mai è stato… sicché nulla di ciò che conosciamo possiede ancora la forza sufficiente per attivare la conversione. Peccato che quel “domani”, quel “qualcosa” di nuovo e di risolutivo, siamo ancora qui ad aspettarlo.
Il motivo per non impegnarci realmente nell’opera della conversione – una vera e propria scusa! – è proprio questo: non è ancora giunto il momento favorevole, l’evento straordinario che ci cambierà la vita, l’eroe epico che ristabilirà l’ordine dei valori. Scrivendo ai cristiani di Corinto, San Paolo dichiara invece che il momento favorevole è gia arrivato, è ora (cfr. 2Cor 6,2).

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