XXVII DOMENICA T. O. Lc 17, 5-10

“Il giusto vivrà per la sua fede.”: il profeta Abacuc ci rivela questa promessa di Dio; avere fede costituisce la conditio sine qua non per (continuare a) vivere.

La fede, dunque, non è un optional, non è un “di più”, ma è una parte costitutiva della persona umana. È talmente vero, che nel caso in cui la fede venga a mancare, questa mancanza si avverte. Ci sono situazioni-limite nelle quali la fede può realmente rappresentare l’unica risorsa rimasta a disposizione: non ci resta nient’altro… credere in Cristo, oppure soccombere alla disperazione. Ma la fede non interviene solo nelle situazioni-limite, come la sofferenza del corpo, del cuore, dello spirito… Se, come ho appena ricordato, la fede costituisce una componente fondamentale della nostra natura, la fede interviene quotidianamente, nella vita di ciascuno, come referente ordinario dell’operato individuale e collettivo, o, meglio, comunitario.

Allora capiamo meglio l’ultima affermazione del Vangelo, secondo la quale, quando avremo fatto tutto quello che ci è stato ordinato, non potremo che riconoscere di essere servi inutili, non nel senso che non serviamo a nulla, ma (nel senso) che non abbiamo fatto nulla di eccezionale, per cui valga la pena aspettarsi – e pretendere – alcuna riconoscenza, né dal prossimo, tantomeno da Dio.

Noi gradiamo essere riconosciuti in tutto ciò che facciamo di bene, si tratti di un gesto gentile nei confronti del prossimo, si tratti di una donazione per una giusta causa, o di un qualsiasi gesto di carità. Invece il Vangelo ridimensiona assai le nostre aspettative e ci rivela che il bene che possiamo fare, non è qualcosa che va oltre l’orizzonte del necessario; per il solo fatto che possiamo farlo, dobbiamo farlo.

È la differenza che passa tra l’essere cristiani e il non esserlo. Intendo l’essere cristiani per scelta personale, non per discendenza, o per tradizione. Se, ripeto, scegliamo di diventare discepoli di Cristo – discepolo di Cristo è sinonimo di cristiano – allora, ciò che per gli altri è un’opzione straordinaria, qualcosa di più dei semplici doveri normali della propria condizione, per il cristiano diventa ordinario, organico ad un sistema di valori – quelli cristiani, appunto – in base ai quali il cristiano, semplicemente, vive.

Il Signore non pretende l’impossibile!

Il problema di coscienza sorge, o almeno dovrebbe, quando, per usare un’immagine di immediata comprensione, posizioniamo l’asticella ad una altezza inferiore a quella che saremmo in grado di saltare. Mi riferisco a coloro che potendo fare molto di più a favore del prossimo, hanno il proverbiale braccino corto.

È vero, siamo liberi di gestire la nostra ricchezza e le nostre energie.

Attenzione, però: anche la libertà, così come l’intelletto e la volontà – le tre facoltà superiori dell’uomo – deve essere moderata, cioè presieduta, guidata dalla fede, almeno per chi, come noi, si professa cristiano non soltanto a parole.

La fede è un modo di stare al mondo; dunque, anche l’idea della proprietà, la tendenza a distinguere ciò che è nostro, da ciò che non lo è, va intesa bene: “Tutto è vostro! – scrive san Paolo – ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.” (1Cor 3,22): ciò che è nostro, capacità, energie, beni materiali, ci è stato affidato per edificare noi stessi, certo, ma anche il prossimo, il mondo intero. In una parola: siamo strumenti, nel senso più nobile del termine.

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