XXX DOMENICA T. O. – ANNO C (Lc 18, 9-14)

Che la responsabilità del peccato sia personale, è fuori discussione; tuttavia, è altrettanto innegabile che vi siano realtà sociali, situazioni familiari, povertà, ignoranza, che favoriscono, o, in qualche modo, inducono a comportamenti eversivi.
Già nel Medio Evo, i teologi consideravano il grave stato di indigenza un’attenuante in caso di furto: l’esempio classico è quello di un padre di famiglia, sorpreso a rubare della frutta per dar da mangiare ai figli. La responsabilità resta, ma la pena sarà meno severa.
Il Vangelo di questa XXX Domenica affronta il tema delicato della corrispondenza tra
delitto e peccato: ci sono peccati che non sono delitti, in quanto non infrangono
necessariamente le leggi dello Stato e, in generale, le norme sociali. Non si può affermare il contrario: ogni trasgressione della legge pesa sulla coscienza – dovrebbe pesare! -, dunque costituisce materia necessaria, deve cioè essere confessata al ministro ordinato.
Il caso del pubblicano è un esempio chiaro di delinquenza organizzata e, peggio ancora, legalizzata: i pubblicani riscuotevano le tasse per conto dell’Impero, erano dei traditori del Paese, opprimevano e angariavano il popolo ben al di là dei poteri che la professione riconosceva loro; erano corrotti e ladri. All’Impero interessava incrementare il gettito tributario; inoltre la Palestina era lontana dai palazzi del potere.
Ora, ciò che colpisce è l’atteggiamento contrito ed umiliato del pubblicano: la coscienza del suo peccato lo scoraggiava addirittura dall’alzare lo sguardo per incontrare la misericordia di Dio.
A differenza del fariseo, il quale non resiste alla tentazione di sottolineare la propria
osservanza della legge di Mosè, ma non mostra la stessa obbiettività e lo stesso scrupolo
nel cogliere o propri errori.
Inoltre, e questo è il lato peggiore, non si limita a vantarsi dei suoi meriti, ma denigra il
pubblicano, dal quale prende rigorosamente le distanze, in senso morale e anche fisico.
Veniamo a noi: ascoltando le confessioni dei fedeli, non è così frequente, anzi, è abbastanza raro, cogliere il senso del peccato, al di là di una generica, e sostanzialmente inutile ammissione di colpevolezza, con battute del tipo:“chissà quanti peccati faccio, tutti i giorni!”, salvo poi non essere in grado di identificarne neanche uno, quando entrano in un confessionale.
Per dovere di correttezza, la prescrizione canonica, inserita addirittura nel Catechismo
della Chiesa cattolica, di specificare genere e numero dei peccati , è tuttora in vigore.
L’epilogo del Vangelo è a dir poco spiazzante: il pubblicano ladro e corrotto torna a casa
giustificato, cioè perdonato; mentre il pio fariseo no.
Beh, ci saremmo stupiti del contrario: perché, chiediamoci, il fariseo avrebbe dovuto
portarsi a casa il perdono di Dio? per quale peccato, dal momento che di peccati non ne
aveva confessati neppure uno? Voi non immaginate l’imbarazzo – per non dire la frustrazione – del prete, quando deve pronunciare la formula di assoluzione sacramentale nei confronti di un fedele che ha praticamente fatto scena muta. In casi del genere, il ministro non dovrebbe assolvere, per il motivo che tutti possiamo intuire e che ho richiamato sopra. Ma il rifiuto del sacerdote (di assolvere) provocherebbe nel fedele un imbarazzo e una delusione peggiori di quelli che patisce il prete assolvendo in assenza di materia. E allora finisce che, a denti stretti, assolviamo e…avanti un altro!.
Molti fedeli ignorano, o conoscono solo in teoria quello che è il proponimento.
La riconciliazione sacramentale non richiama solo il passato – i peccati commessi -, ma coinvolge soprattutto il futuro. Non è sufficiente chiedere perdono per il male commesso; è necessario applicarsi per non commetterlo più in futuro, o almeno, diminuirne la frequenza.
Insomma, un cristiano può sempre diventare migliore! “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato.”: la sentenza richiama il Magnificat, e le beatitudini:“Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati: (…) hanno già ricevuto la loro
ricompensa.” (6,1-2).

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